IMA - foto di Maks Richter
Sull’onda della ripresa post-Covid, alcune creazioni rimaste in standby, concepite nel periodo pandemico e suggestionate dal corpo inattivo per l’isolamento forzato, affiorano ora sulla scena manifestando quanto sia stato urgente il bisogno di ritrovare la vicinanza, il senso del gruppo, della condivisione. Lo esplicita anche Sofia Nappi nel suo spettacolo “Ima” (al Teatro Storchi di Modena per il Focus Carne di ERT-Emilia Romagna Teatro) vagheggiato durante il periodo del distanziamento sociale e della mancanza di contatto.
Ispirandosi al titolo dal duplice significato – in giapponese esprime l’attimo presente, mentre in ebraico indica la parola ‘madre’, con un particolare riferimento alla nascita e al rinnovamento -, la giovane coreografa fiorentina (classe ‘94) si avventura in un racconto che parte bene nelle intenzioni e nell’inizio dello spettacolo, ma poi sembra non trovare un suo centro drammaturgico, né un suo specifico coreografico. Le intriganti note programmatiche indicano che «L’essere soli con il nostro corpo ci fa percepire chiaramente che tutto, dentro e intorno a noi, non si è fermato, ma è in continuo divenire in una danza che è interconnessione di tutte le cose».
Formatasi alla Alvin Ailey School di New York e al metodo Gaga, oggi artista associata a Sosta Palmizi e coreografa freelance con alcune commissioni in Germania e nei Paesi Bassi, Nappi mette in scena i cinque validi interpreti della sua compagnia Komoco – Lara di Nallo, Valentin Durand, Evelien Jansen, Paolo Piancastelli, Gonçalo Reis – che, in gilet e bretelle, incedono dalle quinte con posture da anziani, e con grandi maschere rugose sul volto. Dal pesante baule che trascinano al centro dello spazio scenico, tireranno fuori un tappeto e diversi piccoli strumenti di una band musicale –un violino, un tamburello, una chitarra, una fisarmonica, una scatola; e via via, andando a ritroso nel tempo con la loro storia, col nostalgico e goffo ballo riattiveranno le loro membra (ci ricorda troppo la pièce “Ballarini” di Emma Dante).
Negli approcci e nel formarsi di coppie e di assoli, di soste solitarie, nel togliersi gradatamente le ingombranti maschere, sveleranno il bisogno della giovinezza e con essa la vitalità dei corpi. Ritroveranno la gioia del gruppo, la connessione reciproca e il piacere fisico della danza dopo la prigionia nei corpi fragili dell’anziano (come, appunto, una energica ripresa dalle limitazioni del lockdown).
Coreograficamente sono più che palesi i rimandi stilistici al linguaggio di Hofesh Shechter (del coreografo anglo-israeliano Nappi ha approfondito gli studi a Tel Aviv) in quelle braccia aperte e alzate al cielo, nei corpi flessibili e nel ritmo dinoccolato, nelle formazioni a griglia, nell’illuminazione della scena, nell’atmosfera teatrale della pièce. Inoltre, il continuo cambio di generi di musica – dal consumato valzer di Shostakovich ad Arvo Pärt al tango argentino di The Mexicali Brass alla nostalgica canzoncina francese “J’attendrai”, e altro ancora -, e il procedere a quadri, evidenzia un debole e sfilacciato sviluppo drammaturgico.
La mancanza di un vocabolario coreografico più personale – che ci auguriamo Nappi possa perseguire coniando una propria originalità -, è quanto si evince dal lavoro, certamente parziale di una visione più ampia dell’artista di talento, oggi impegnata con altre creazioni all’estero.
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