Minus 16, ph. Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
Riunire in un unico spettacolo formando un trittico di differenti coreografie, è una formula ormai collaudata, entrata con successo nei cartelloni della danza. Al Teatro alla Scala è stata la volta di McGregor / Maillot / Naharin, titolo che racchiude tre prestigiosi nomi internazionali della coreografia contemporanea: Wayne McGregor, Jean-Christophe Maillot e Ohad Naharin, chiamati a riallestire tre loro creazioni per il versatile Corpo di Ballo scaligero diretto da Frédéric Olivieri. Tre coreografie che entrano nel repertorio della Scala.
Chroma del britannico McGregor – creazione del 2006 per il Royal Ballet, che valse al coreografo un Laurence Olivier Award come miglior produzione di danza – ha come scenografia (dell’architetto minimalista John Pawson) una geometrica e luminosa parete bianca – che sfumerà colore -, con una apertura rettangolare da dove giungono i danzatori occupando lo spazio scenico. Una partitura musicale dai suoni ruvidi, distorti, potenti, poi dalle sonorità cinematografiche, li accoglie.
I corpi spaziano componendo varie formazioni – assoli, duetti, terzetti, insiemi – tra stasi e accelerazioni, pose statuarie a latere e focus sulle coppie, articolandosi in formidabili estensioni, torsioni, dinamiche improvvise, con una nitidezza di movimento che stupisce. Gesti netti, sinuosi, in continua tensione, incalzati dalla musica di Jack White III e Joby Talbot – arrangiata da quest’ultimo -, creano figure dalle linee classiche (le donne con le punte) subito spezzate, che deviano le traiettorie plasmando nuove epifanie corporee. Danzatori tutti, in piena forma tecnica.
«Questo balletto non ha né inizio né fine. Rimane in transito. La transitorietà mi sembra l’unico stato d’essere permanente, forse l’unico autentico». Così Maillot – direttore de Les Ballets de Montecarlo – descrive il suo Dov’è la Luna, opera di intimo respiro e di pura poesia. Coreografia di astratta fattura neoclassica, Dov’è la Luna ci immerge in un’atmosfera bluastra, dai toni chiaroscurali: un luogo di luce e ombra (light designer Dominique Drillot) in cui sette danzatori esplorano lo spazio sospeso tra la vita e la morte, quel transito tra due sponde verso una rinascita. Una “preghiera laica”, l’ha definita lo stesso coreografo.
Il tema nasce da un dolore personale vissuto da Maillot – la morte repentina del padre -, e dal bisogno «Di stringersi gli uni agli altri quando si è costretti a confrontarci con la scomparsa di una persona amata».
Sulle note pianistiche dei Preludi di Aleksandr Skriabin, eseguite dal vivo da Leonardo Pierdomenico, la musica perennemente in divenire suggerisce stati d’animo, sentimenti, immagini, che i sette danzatori esprimono con un’essenzialità di gesti, di posture plastiche, di movimenti eleganti che sembrano sospendere il tempo: a partire dall’assolo iniziale di una ballerina protesa nella sua tensione del corpo verso qualcuno o qualcosa di misterioso di cui sente la presenza. Si alternano duetti e terzetti in un intreccio sensibile e delicato di relazioni che prendono diverse forme dagli echi evocativi delle due facce della luna. Le suggeriscono anche gli striati body chiaroscurali (del costumista e scenografo francese Jérôme Kaplan) e i due evanescenti pannelli disposti lateralmente, uno in avanti l’altro sul fondo, dal segno circolare. Un cast di ballerini di grande intensità interpretativa quello da noi visto nella serata scaligera: Maria Celeste Losa, Navrin Turnbull, Nicoletta Manni, Domenico Di Cristo, Agnese Di Clemente, Gabriele Corrado, Saïd Ramos Ponce.
L’inossidabile capolavoro del coreografo israeliano Ohad Naharin, Minus 16, ormai un cult che non ci si stanca di vedere e rivedere – è nel repertorio di molte compagnie nel mondo, ora anche della Scala -, è una sorta di patchwork di precedenti lavori, un brano che, dice Naharin, “parla di corpo, muscoli, conoscenza della nostra fisicità” (il metodo Gaga). Vigorosa e abbagliante, sensuale e divertente, la coreografia, con bruschi cambi di registro, alterna vitalistiche esplosioni di energia collettiva a momenti meditativi.
Lo spensierato, allegro, assolo iniziale a sipario aperto e luci in sala (tiene testa il bravissimo e giovanissimo Francesco Della Valle) si allarga poi a tutto il gruppo; si restringe in passi a due e torna all’intero ensemble sull’onda, via via, di varie musiche – klezmer, barocca, mambo, techno sound e altre -, principalmente il canto ebraico tradizionale Echad Mi Yodea sul quale si configura il celebre semicerchio di sedie dove, sopra e attorno, i danzatori si stendono, ripetono velocemente salti, cadute, acrobazie a effetto domino, mentre via via impetuosamente si spogliano buttando al centro cappelli, poi giacche, pantaloni, rimanendo in canotta. Rivestitesi arrivano in platea per scegliere persone tra il pubblico e invitarle a danzare sul palco a ritmo del cha cha cha. Tutto il teatro si anima, un trambusto coinvolgente che scatena applausi, sorrisi e partecipazione.
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