Void, Wim Vandekeybus, ph © Danny Willems
Sul palcoscenico spoglio, solo una scala metallica pieghevole con un’asta pendula e una sfera luminosa ricoperta da una stoffa a mo’ di lampione. Subito l’ingresso di una donna con un telefonino, poi di un’altra vestita con camicia e cravatta, un’altra ancora che trascina una scatola di cartone, quindi di un uomo con un bizzarro lungo abito azzurro, e così via di tutti e sei i performer, ciascuno con una propria storia e un oggetto da innescare – anche una piccola batteria da percuotere, dei piatti fatti rotolare, un tendaggio nero, dei palloncini rossi per creare buffe forme sotto i vestiti -.
Sulla musica elettroacustica creato dal sound designer Arthur Brouns, si parla, si urla, si attivano azioni, dialoghi, gesti inconsulti, come quelli della donna che, contorcendosi entra letteralmente dentro la scatola, o della più giovane che si percuote le bacchette sulla testa al suono di un botto, o il lancio di piatti poi rotti a colpi di martello. C’è chi vorrebbe coinvolgere uno spettatore ascoltando il battito del suo cuore con un lungo tubo nero, poi estraendo un coltello, e chi cerca di fermarlo; chi attraversa a piedi nudi una striscia di tessuto bianco imbottita di pietre; chi marca le distanze con gli altri erigendo un muro di stoffa. Da un panno nero in fondo al palco, fluttuando emergono due figure in lotta. Nel mezzo di tutto questo, brevi sequenze di danza, con assoli energici, duetti a terra, rotolamenti, balli su una canzone pop.
Insomma, tante azioni e personaggi estremizzati si sovrappongono nello spettacolo Void di Wim Vandekeybus, nuova creazione dell’artista fiammingo – coreografo, danzatore, regista, fotografo, filmmaker -, con la sua compagnia Ultima Vez (debutto italiano a Cesena, Teatro Bonci, nell’ambito della rassegna Carne di Ert-Emilia Romagna Teatri, curata da Michela Lucenti). Nel disegno di Vandekeybus quei personaggi di età diverse sono figure «…emarginate, che nella loro “bolla” o “vuoto” si discostano dalle norme sociali», tenendoli lontani gli uni dagli altri. Sono un vagabondo, una fanatica religiosa, una prostituta, un’adolescente annoiata, un autistico… È il vuoto interiore, della solitudine, dei singoli personaggi?».
Lo spettacolo, frutto di elaborazioni sia di domande personali rivolte ai performer per poi costruirne delle storie, sia di una libera scrittura successivamente imbastita, risente di quella costruzione a sketch prevalentemente teatrale che, sfilacciandosi, non trova una quadra drammaturgica, né un chiaro disegno coreografico. Quel “vuoto” che il titolo vorrebbe esplorare ed evocare, in realtà è un pieno di cose che accadono, che contraddicono l’intenzione, smarrendo, ai nostri occhi, il senso tematico.
Il senso è da cercare, forse, nell’unica sequenza all’unisono, dell’ultima scena che chiude lo spettacolo, anticipata dalla intensa danza corale – di Iona Kewney, Lotta Sandborgh, Cola Ho Lok Yee, Paola Taddeo, Adrian Thömmes, Hakim Abdou Mlanao – ispirata a un ballo georgiano con le braccia che si muovono nascondendo il volto: un sottrarsi allo sguardo suggellato dall’enorme tendaggio scuro calato velocemente sulla scena, che avvolge i danzatori sottraendoli alla nostra vista; e risalendo, come un’improvvisa implosione, lascia vuoto il palcoscenico.
Solo a questo punto possiamo immaginare uno spazio neutro carico di potenziale. Sta tutta qui la magia di Void.
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Leggo tutte le mattine i vostri articoli, oggi me è sembrato ottimo su tutti gli argomenti. Denso di spunti stimolanti, nuovi, meno visitati, complimenti!