Palazzo Loredan, location d’eccezione intarsiata di libri che coprono pareti solcate da scale, lampadari veneziani che travalicano i limiti della Venice Glass Week, un allestimento raffinato anche se prudente. Questo l’hub in grado di offrire agli artisti una proposta alternativa all’interno della logica che governa l’intera manifestazione. I progetti qui esposti sono stati recepiti, vagliati e selezionati da un comitato scientifico con l’obiettivo di dare uno spazio a chi non ne avesse già uno proprio da poter allestire in autonomia.
Si capisce, in quest’ottica, il perché di pezzi ben scelti, preziosi da un punto di vista tecnico ed estetico, ma tenuti insieme da un filo fragile quale può essere semplicemente la scelta di un materiale. Da un lato design o alto artigianato, dall’altro sculture o installazioni, mondi che non per forza devono stare separati, anzi, ma a cui manca quel soffio vitale per far diventare la mostra un organismo organico. Oggetti e opere che solo in rari casi rinunciano alla loro funzione, ma quando lo fanno o forzano la natura della tradizione, raggiungono i risultati più interessanti.
Da nominare gli Astri terrestri di Paolo Marcolongo, conosciuto negli ultimi anni per la produzione di gioielli, ma che con quest’opera sembra essere tornato alla tensione artistica delle origini, creando una grande installazione d’ambiente dall’atmosfera visceralmente ancestrale, in cui i suoni si mescolano alle luci tenui e soffuse, facendo solo intravvedere sagome irregolari di vetro nero che richiamano sassi di lava. Il vetro, fragile ma minaccioso nel suo essere assenza di colore, poggia su un materiale antitetico a sé, il cemento, qui reso foglio per creare riverberi antigravitazionali.
Ci colpiscono anche altri fogli, quelli bianchi che devono coprire di Dalia Truskaitė, artista lituana specializzata in vetrate che cerca di portare a Venezia una pausa visiva, inserendola tra le sontuosità di una città che, come afferma lei stessa, per un nordico ha quasi troppo da mostrare. Il bianco di questi fogli adagiati a pavimento per creare un velo in grado di occultare, spostano il baricentro dell’oggetto verso quel concetto che fa da contrappunto al tecnicismo e all’estetica che sembrano dominare la materia vetro.
Davvero notevole, poi, il lavoro Touch me!, frutto di un processo lungo e necessario per far fare un vero e proprio salto quantico alla vetrata artistica, ambito da cui proviene il glassmaker del duo, Stefano Bullo. Grazie alla sinergia efficace e produttiva creata con un architetto, Matteo Silverio, i due sono riusciti a portare la bidimensionalità ad avere corpo nello spazio, appropriandosene oltre tutto in maniera dinamica. Sono riusciti a creare, attraverso dei moduli in vetro finemente lavorati, delle strutture plasmabili e tridimensionali che acquisiscono di volta in volta la forma desiderata, conferendo al vetro della qualità che gli sembravano assolutamente estranee e precluse. Il progetto non è passato inosservato, tanto da vincere la prima edizione dell’Autonoma Residency Prize, che prevede una residenza alla Pilchuck Glass School di Seattle (Usa) nel 2021.
Altro premio assegnato è il Bonhams Prize for The Venice Glass Week, che si aggiudica la Fondazione Berengo con la mostra “Unbreakable: Women in Glass“. Altre due menzioni speciali assegnate dal Bonhams sono andate a Tristano di Robilant per La finestra mi disse e a Marcin Gierat per la mostra “Man in the Glass”.
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