Categorie: Diritto

Andy Warhol colpevole: con la serie dedicata a Prince violò il copyright

di - 6 Aprile 2021

Nel 1981, Lynn Goldsmith scattò una serie di fotografie al cantante Prince per il magazine Newsweek ma le immagini non vennero mai utilizzate. Tre anni dopo, Vanity Fair commissionò a Andy Warhol la riproduzione in chiave pop di una di queste foto, pagando una licenza di 400 dollari. Warhol continuò a usare il ritratto anche dopo la commissione, sovrapponendo la sua inconfondibile impronta all’originale fotografia in bianco e nero, per creare un’intera serie di 16 opere dedicate all’artista. Nonostante le riproduzioni di Warhol siano diventate la parte più iconica del suo portfolio, Goldsmith ha sostenuto di non essere venuta a conoscenza della serie fino al 2016, quando la vide pubblicata, senza nessun riconoscimento alla foto originale, su un articolo di Vanity Fair in occasione della morte di Prince. Nel 2017, la fotografa fece quindi causa alla Andy Warhol Foundation per violazione di copyright, dando inizio a un processo legale ancora oggi in atto.

Circa due settimane fa, a quattro anni dall’inizio della diatriba, la Goldsmith ha vinto il ricorso, dopo che, nel 2019, la corte federale di New York aveva inizialmente decretato Warhol non colpevole. Come scritto in un articolo dell’anno scorso sulla causa, il giudice John G. Koeltl aveva infatti dichiarato che le opere di Warhol avevano «in qualche modo cambiato la fotografia originale scattata da Goldsmith nel 1981, trasformando Prince in un’icona e aggiungendo qualcosa di nuovo al mondo dell’arte». Si ricorda che negli Stati Uniti è permesso, sotto certe condizioni, utilizzare materiale protetto da copyright per scopi d’informazione, critica o insegnamento, senza il dovere di chiedere l’autorizzazione scritta a chi ne detiene i diritti.

Goldsmith presentò allora appello contro questa prima sentenza, sostenendo che la serie di Warhol non aveva fatto uso trasformativo dell’immagine e che si trattasse, quindi, di vera e propria violazione di copyright. La seconda sentenza, deliberata dalla Corte d’Appello degli Stati Uniti per il Secondo Circuito, ha infine sostenuto la causa della fotografa, invertendo il verdetto precedente. «Noi siamo d’accordo. Le opere della serie Prince sono considerevolmente simili alla fotografia della Goldsmith. È un dato di fatto», ha dichiarato il giudice Gerard E. Lynch. «Non qualsiasi opera secondaria che aggiunge una nuova estetica o nuova espressione alla sua fonte originale può essere considerata trasformativa». L’interpretazione del giudice John G. Koeltl, oggetto della precedente sentenza, è stata definita da Lynch come «un errore». «Il giudice del distretto non dovrebbe mai assumere il ruolo di un critico d’arte e cercare di accertare l’intento o il significato delle opere in questione».

In una mail inviata ad Artnet News, Lynn Goldsmith ha dichiarato gli essere grata alla corte d’appello per la decisione presa. «Quattro anni fa, la Andy Warhol Foundation mi citò in giudizio per ottenere un decreto grazie al quale avrebbero potuto fare uso della fotografia senza chiedere il permesso o pagarmi nulla per il mio lavoro. Durante questi anni ho combattuto per proteggere non solo i miei diritti, ma i diritti di tutti i fotografi e gli artisti visivi di guadagnarsi da vivere concedendo in licenza il loro lavoro, e anche di decidere quando, come, e se sfruttare le loro opere o concederlo tramite licenza ad altri».

Ma la battaglia legale non è finita qui. La Andy Warhol Foundation ha infatti espresso l’intenzione di voler fare ulteriore ricorso in seguito all’ultima sentenza in favore della Goldsmith. Chi riuscirà ad averla vinta?

Nata a Modena nel 1998, sta concludendo la laurea triennale in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo all’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Milano. Parallelamente ha lavorato come intern alla Collezione Maramotti a Reggio Emilia, e successivamente presso il Center for Italian Modern Art (CIMA) a New York.

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