Categorie: Diritto

I beni della discordia |

di - 20 Marzo 2003

Il decreto Salvadeficit di Tremonti e l’articolo 35 della Finanziaria 2002 cominciano a dare i primi frutti. E si riaccendono roventi polemiche apparentemente sopite.Ma andiamo con ordine.
Nel giugno del 2002 viene approvato il decreto Tremonti, che prevede l’istituzione della Patrimonio dello Stato S.p.A., una società che si occuperà della gestione e dell’alienazione dei beni immobili dello Stato, anche di quelli artistici e culturali. In parole povere, lo Stato, per colmare il proprio deficit, può vendere i propri beni a privati. L’Italia trema: si comincia a paventare la vendita del patrimonio artistico e culturale. A sua tutela scende in campo persino il Presidente Ciampi. Passano i mesi e vengono nominati i vertici della Patrimonio, mentre il Ministro Urbani nomina una commissione di esperti che lo aiutino nella tutela e salvaguardia dei beni artistici italiani. Lentamente le polemiche si affievoliscono.Ma sotteraneamente qualcosa si muove. Ed è proprio di queste ultime settimane la notizia della vendita all’asta di 35 beni dello Stato sotto tutela dei beni culturali da parte della Scip (Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici) istituita dalla legge 410 nel novembre 2001. Le Scip possono vendere immobili dello Stato, limitando drasticamente la possibilità di porre vincoli da parte del Ministero competente. In questo modo 35 immobili con il vincolo dei Beni Culturali sono stati o saranno messi in vendita. Tra questi pezzi di storia dell’arte  italiana come Palazzo Correr a Venezia, Palazzo Wagner a Palermo, e Palazzo Artelli a Trieste. O ancora immobili espropriati dalle loro finalità culturali e venduti per chissà quali fini commerciali come la Manifattura Tabacchi di Milano, (che era destinata alla Scuola Nazionale di Cinema) o quella di Firenze destinata alla Cittadella della Cultura Se tutto ciò lascia presagire la futura attività della Patrimonio S.p.A.,l’orizzonte dei nostri beni culturali appare incerto, nonostante le garanzie e le promesse del ministro Urbani. Sembra quasi scontato ricordarlo, ma visto quello che sta succedendo diventa necessario, che la finalità del bene artistico è quella di arricchire la nostra cultura e non quello di colmare i deficit economici dello Stato.
Un’altra norma legislativa sta cominciando a cambiare, timidamente, le forme di gestione dei beni culturali: il famigerato articolo 35 della legge finanziaria del 2002.
La nascita della Fondazione Torino Musei, il 26 luglio scorso, rappresenta la prima concreta applicazione di questa norma. L’articolo 35 prevede l’affidamento a soggetti privati o enti locali di attività atte a valorizzare la fruizione del patrimonio culturale. Questa modalità partecipativa può assumere diverse forme giuridiche tra cui appunto la fondazione, come nel caso di Torino. La possibile introduzione della norma scatenò un vespaio di polemiche, facendo il giro del mondo. Su Liberation apparve un appello di una cinquantina di direttori dei più prestigiosi musei inglesi, francesi e americani, allarmati per il futuro del patrimonio artistico italiano.
Attualmente l’articolo 35 giace in uno stato di indefinitezza perché si aspetta ancora il regolamento di attuazione. La sua prima, circoscritta, applicazione concreta è quella della Fondazione Musei di Torino. La Fondazione, ente senza fini d lucro “mantenendo le particolarità dei singoli musei… avrà il compito di valorizzare le singole identità presenti …e al tempo stesso di definire un’organica logica di sistema, in grado di realizzare una politica fortemente unitaria”. Sono queste le parole di Fiorenzo Alfieri, assessore alle Risorse e Sviluppo Cultura di Torino e principale sostenitore di quest’iniziativa.
La Fondazione gestirà i seguenti musei del territorio: Galleria civica d’Arte Moderna, Museo d’Arte Antica a Palazzo Madama, il Museo d’Arte Orientale, (che non saranno aperti al pubblico prima del 2005) il Borgo e La rocca Medievali e il Museo Pietro Micca. Principale socio fondatore è il Comune di Torino, che ha eletto il consiglio direttivo (tra breve, invece, tramite concorso pubblico, verrà istituito il comitato direttivo). Ma altri soci della Fondazione sono, e in questo consiste la novità più rilevante, oltre la Regione Piemonte, i “privati” Compagnia di S. Paolo e la Fondazione CRT. Il neopresidente della Fondazione, Giovanna Cattaneo auspica l’intervento di altri privati che vogliano investire nella Fondazione.
La città di Torino si propone quindi all’avanguardia nell’innovazione delle forme di gestione dell’arte e della cultura. È stata la prima città a proporre una rete museale, è riuscita a diventare un punto d riferimento nel panorama dell’arte contemporanea, attraverso il lavoro indefesso delle gallerie private ma soprattutto con la creazione di eventi di grande rilevanza: da Artissima a Luci d’Artista da Manifesto a Big, Biennale d’Arte Giovane. Le premesse per un buon lavoro ci sono tutte, anche perché occorre ricordare che, se comunque i privati fanno parte della Fondazione, i vertici, e quindi coloro che compieranno le scelte operative, provengono dal mondo istituzionale dell’arte. Infatti, il Presidente Giovanna Cattaneo e il segretario della Fondazione Pier Giovanni Castagnoli sono rispettivamente il Presidente e il Direttore della GAM torinese.
Torino, inoltre, rimarrà ancora per poco un caso isolato, perché si progetta già un modello simile per i musei della provincia di Siena. Staremo a vedere.

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alessandra gambadoro

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