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exibart prize incontra Alice Voglino

di - 12 Gennaio 2026

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

La curiosità per il colore e le sue rappresentazioni materiali e formali mi ha guidata fin da piccola. Ogni oggetto, parte di giocattolo, costruzioni… ogni singolo pezzetto era un racconto colorato da comporre e scomporre, in continua evoluzione… passavo ore a dare forma al mio immaginario.
Assecondando la mia attitudine, a 8 anni i miei genitori mi hanno iscritta a un atelier di libera espressione e da lì è nato tutto. Ho imparato a avere un rapporto fisico e energetico con il colore, a riconoscerne la valenza intima, tanto che in breve il colore è diventato a tutti gli effetti il mio linguaggio.
Crescendo, ho poi seguito studi artistici e accademici e mi sono diplomata alla Scuola di Pittura dell’Accademia di Belle Arti di Verona. Oggi il colore continua a sostenere la mia ricerca.

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Il filo conduttore della mia ricerca consiste nel mettermi in relazione con quanto mi circonda, sentirmene parte e partecipe, osservarlo per riconoscerne le percezioni nella ricerca degli aspetti esistenziali.
Chi sono / chi siamo è la domanda che più guida la mia ricerca. Chi sono io per me, ma anche per gli altri. E chi sono gli altri per me.
Domande che risuonano come un’eco nella mia anima, creano onde di emozioni che filtro attraverso la mia sensibilità e rifletto riverberandole nei miei lavori, nel tentativo di costruire connessioni intime e formali, ecologiche e generative.
Nella nostra contemporaneità penso abbia un concreto valore costruire relazioni di significato.

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

I materiali sono parte del mio pensiero. Di solito parto dalla manipolazione del colore acrilico che mi piace molto per la sua consistenza e morbidezza: ho l’abitudine di conservarne i residui in cassetti – non butto mai via il colore, neppure i fondi dei barattoli – e quando sento il bisogno di chiarirmi, affino il pensiero creativo tenendo in mano manciate di pezzi di colore, li assemblo, li ordino, li ricombino… parlo loro e ascolto le vibrazioni che ne ricevo… è un dialogo simile a una meditazione dove il colore mi conduce verso la definizione dell’idea e dell’azione.
Da qui parte tutto: il pensiero e la sua traduzione in gesto tramite i materiali che sento più rappresentativi per la ricerca. In questi giorni per esempio sto sperimentando il cemento, che mi intriga per la sua estrema matericità, ruvidezza e complessità di gestione in correlazione alla morbidezza e luminosità del colore… oltre ai materiali da costruzione e al suono… ma qui ci sto ancora lavorando.

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Sono due recenti ricerche. La prima, in ordine di tempo, si intitola ‘Non c’è confine’ con cui ho indagato la memoria del dolore che da condizione limitante si trasforma in libertà quando lo abitiamo, guardandolo per quello che è stato e per come ha contribuito a farci essere le persone che siamo oggi. Ho dipinto i corredi dei miei trisnonni e trisnonne, li ho poi ricamati a formare segni simili a cicatrici che diventano cascate di fili colorati capaci di trasformare il dolore in leggerezza.
Il secondo progetto cui tengo in modo particolare ha titolo ’Fragilità’ con cui ho indagato la fragilità della condizione umana. Ho realizzato tele all’uncinetto lasciando spazio all’imperfezione della mia inesperienza, ricamandoli con frasi colorate che invitano ad accogliere la trasformazione, ad amarsi a seguire i propri sogni; a essere creatori del nostro presente proprio a partire dalla fragilità.
Entrambe le ricerche raccontano parti di me, tanto dolorose quanto presenti. Mi sono messa in gioco con tutte le mie emozioni e resistenze per scandagliare quanto più possibile la percezione del dolore e della fragilità dell’esistenza… le persone nell’entrare in relazione con i lavori di entrambe le ricerche ne colgono un significato personale e questo mi fa dire che ho lavorato in profondità, non solo per me.

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Come dicevo, da tempo raccolgo i residui dei colori acrilici in una cassettiera dedicata e quando sento che nasce in me un nuovo bisogno creativo lo affino, con calma, manipolando questi pezzi di colore. Metterli in ordine mi aiuta a mettere in ordine il mio essere, la loro vibrazione mi aiuta a fare diventare concreta la mia idea… sento l’energia del colore che mi guida verso dove devo andare e quando sento che sono pronta, inizio il lavoro. È il mio modo di rendere visibile l’invisibile, materiale l’immateriale.

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

La principale sfida oggi penso sia rimanere coerenti con se stessi. In un mondo complesso e variabile come quello attuale dove tutto è molto veloce e fluido, avere il tempo per fermarsi e farsi domande diventa difficoltoso.
Anche condividere proprie riflessioni e risvolti intimistici di una ricerca esistenziale richiedono la reciproca messa in gioco di emozioni cui non tutti sono pronti.
Personalmente cerco di prendermi il mio tempo per sentire il lavoro che sto facendo e viverlo con tutto il mio essere. Voglio pensare che questa mia modalità rappresenti il valore aggiunto del mio lavoro.
Altra sfida non da poco è riuscire a vivere della mia ricerca in un contesto di mercato che fa fatica a dare opportunità a giovani artiste e artisti. Viviamo un momento storico internazionale complicato.

Fragilità
Non c’è confine

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