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exibart prize incontra Alice Voglino

di - 19 Settembre 2024

Come hai scoperto la tua passione per l’arte? Ci sono stati momenti o persone particolari che hanno influenzato il tuo percorso?

Mi sono avvicinata al colore da piccola, quando a circa 8 anni ho frequentato un laboratorio artistico di libera espressione: è stato per me un fulmine a ciel sereno. Poter manipolare il colore, utilizzarlo su supporti differenti, plasmarlo con mani e pennelli, prendere confidenza con la sua energia e il potenziale di sensazioni che poteva scaturire in me mi ha fatto perdere la testa, tanto che il colore è diventato a tutti gli effetti il mio personale linguaggio, più efficace delle parole che a fatica esprimo.
In quegli anni ho iniziato a conoscere gli Impressionisti, Claude Monet che mi ha sempre coinvolta, ma anche Henri Matisse, Vincent Van Gogh e non ultima Sonia Delaunay. Di questo devo ringraziare la mia insegnante di allora, che comprendendo la mia attitudine non ha esitato, benché fossi piccola, a propormi sempre nuove suggestioni invitando i miei genitori a sostenermi da subito in questo percorso. E ringrazio loro, i miei genitori, che lo fanno tuttora.

Ci sono temi o concetti ricorrenti che esplori attraverso la tua arte? Cosa ti ispira maggiormente?

Concentro la mia ricerca sulla percezione della realtà che filtro attraverso di me e con la mia sensibilità, con l’intento di avvicinarmi all’essenza delle cose.
Mi piace chiedermi “chi sono – chi siamo” e quanto i preconcetti e pregiudizi in cui cresciamo ci condizionano impedendoci di essere veramente noi stessi.
Con i miei lavori cerco di far sperimentare un altro modo di osservare, con intensità differenti attraverso occhi, cervello, cuore e l’intero nostro essere.
La ricerca recente che mi ha coinvolta per più di un anno si è concentrata sul correlare l’identità alla memoria. Mi sono messa in relazione con i corredi dei miei trisnonne e trisnonni, con quei tessuti intrisi di vita passata arrivati oggi a me come un passaggio di testimone. Li ho dipinti, mi ci sono ricucita con fili da ricamo colorati, con segni che sembrano cicatrici e formano cascate di fili colorati, come a elaborare il dolore dell’esistenza che, una volta accolto, diventa bellezza e ci fa essere consapevoli delle persone che siamo oggi anche per il dolore vissuto.

Come pensi che il contesto culturale e sociale in cui vivi influenzi il tuo lavoro artistico?

Penso che si tratti soprattutto di opportunità di confronto: la città di cui vivo non è vivace per l’arte contemporanea e il confronto se è scarso con gli artisti italiani, con gli artisti stranieri è praticamente assente.
Ho la fortuna di riuscire a viaggiare e vedere “che cosa succede fuori”, mi aiuta molto a farmi domande per approfondire la mia ricerca. Mantengo relazioni con i miei docenti di Accademia, loro stessi artisti, e questo mi arricchisce. Ciclicamente ospito in atelier le opere di artisti italiani e stranieri che hanno una ricerca analoga alla mia, grazie alla collaborazione con una galleria d’arte di Milano e questo mi consente di mettermi a confronto con altre vite, altre visioni.

Puoi raccontarci di un progetto o di un’opera a cui tieni particolarmente e spiegarci il motivo?

Sono affezionata a tutti i miei progetti di ricerca, sono una parte significativa di me. Forse, posso soffermarmi sul mio rapporto con il colore che negli anni ha avuto una costante evoluzione. Nel tempo recente ho sperimentato un nuovo modo di utilizzare il colore, assecondando la mia parte più intima, cercando di liberarlo e con l’intento di lasciare andare le cose senza trattenerle dentro. In questo modo il colore fluisce libero nel mio gesto, lo sento più presente e che mi rappresenta meglio. È un’evoluzione continua, non so nel tempo come si modificherà.

In che modo l’interazione con il pubblico influisce sulla tua pratica artistica? Ti capita di modificare il tuo lavoro in risposta ai feedback che ricevi?

Il pubblico ha reazioni diversificate, mi piace quando le persone vengono catturate dai miei lavori, percependo l’intensità della ricerca pur chiedendosi il significato. Ascolto tutti, ma oggi credo più in me e mi lascio condurre dal mio essere con maggiore fiducia.

Cosa pensi della commercializzazione dell’arte contemporanea? Pensi che possa compromettere l’integrità dell’opera o la sua funzione critica?

Questo è un aspetto delicato. Abbiamo bisogno di vendere il nostro lavoro per riuscire a viverne. Serve, però, secondo me equilibrio e sapere che cosa vogliamo come artisti e come persone per il nostro lavoro. Penso che nel tempo paghi la coerenza verso se stessi e la propria ricerca artistica, nella consapevolezza del perché abbiamo fatto questa scelta professionale che diventa di vita.

Non c’è confine #05

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