Come è iniziato il tuo percorso artistico?
Il mio percorso artistico non è iniziato in un momento preciso, ma si è formato nel tempo, attraverso uno sguardo educato fin da subito al rapporto tra forma, materia e bellezza. Provengo da una famiglia legata al design e all’architettura, e questo ha influenzato profondamente il mio modo di osservare il mondo.
Un momento importante è stato il periodo in cui vivevo negli Stati Uniti, in South Carolina, dove ho iniziato a dipingere e sperimentare in modo più libero. Da lì la ricerca ha iniziato a prendere una direzione autonoma, che si è poi strutturata con gli studi e le esperienze successive in tutto il mondo, sono un architetto e grazie al mio lavoro ho potuto osservare e studiare tante forme d’arte. Più che un inizio, è stato un processo di emersione.
C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?
Sicuramente l’incontro con tre grandi pittrici: mia nonna Lea Galvan che a Torino nella sua casa in centro mi ha iniziato al colore e alle forme, l’astrattista americana Aj Finley McRee che mi ha liberato da paure e regole che mi ero imposta e Simonetta Gagliano che mi ha insegnato la tecnica tradizionale.
Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi?
Il mio lavoro nasce da una domanda: come dare forma a ciò che non è visibile? La mia ricerca si concentra sulle emozioni, sulle tensioni e sulle forze che attraversano l’esperienza umana. Il vortice è diventato il linguaggio attraverso cui traduco queste energie.
Non mi interessa rappresentare, ma rendere percepibile un movimento: qualcosa che accade sotto la superficie, tra corpo e coscienza. Ogni opera è uno spazio di trasformazione.
Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?
una forte curiosità per tutto, un’energia interiore e la creatività, le idee nascono da sole in realtà quasi in maniera vulcanica. Molte volte le persone mi chiedono ma non sei mai stanca? Come potrei stancarmi di vivere intensamente?
Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica?
I materiali e le tecniche sono strumenti in continua evoluzione. Sono partita dalla pittura tradizionale, ma nel tempo ho sentito la necessità di superarne i limiti, introducendo il digitale, il video e l’intelligenza artificiale. Utilizzo l’AI come un’estensione del gesto artistico: non come sostituzione, ma come amplificazione. Il segno resta mio, nasce da un’intenzione e viene poi trasformato attraverso diversi passaggi. Questa contaminazione mi permette di creare opere che non sono più solo immagini, ma esperienze che si sviluppano nel tempo e nello spazio.
Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?
Non parto mai dallo strumento, ma dall’emozione o dall’energia che voglio tradurre. È l’opera stessa che mi suggerisce il linguaggio: a volte sento il bisogno della materia e torno alla pittura, al materico, altre volte invece il lavoro richiede movimento, immersione, suono o trasformazione e allora utilizzo il digitale, il video o la realtà aumentata.
Non credo nella rigidità dei mezzi espressivi. Mi interessa la libertà di contaminare linguaggi diversi per creare un’esperienza più intensa e profonda. Per me ogni tecnica è una soglia: uno strumento per avvicinarsi a qualcosa che ancora non ha una forma definita.
Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legata?
Un lavoro a cui sono particolarmente legata è Vortice in Guerra, quest’opera rappresenta la necessità di trasformare una tensione collettiva in esperienza emotiva.
Viviamo immersi in immagini di conflitto, ma spesso diventiamo anestetizzati. Io volevo lavorare su ciò che resta sotto la superficie: il senso di instabilità, paura, smarrimento, ma anche la possibilità di attraversare tutto questo e trovare una direzione. La sfida più grande è stata evitare una lettura troppo narrativa o illustrativa. Non volevo rappresentare una guerra specifica, ma una condizione umana. Anche il video ha avuto un ruolo fondamentale: l’immagine iniziale è dominata da toni scuri e tensione, ma il movimento porta lentamente verso una dimensione diversa, quasi di speranza. Mi interessa molto questo effetto di trasformazione e sorpresa. Credo che l’opera debba aprirsi gradualmente, non rivelarsi tutta subito.
Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?
Vortice in Guerra rappresenta per me il momento in cui ho capito che il vortice poteva diventare qualcosa di più di un’immagine emotiva personale. Fino a quel momento lavoravo soprattutto su tensioni interiori, relazioni, stati dell’anima. In quest’opera invece ho sentito il bisogno di aprire il lavoro verso una dimensione più collettiva, quasi universale.
La sfida più grande è stata mantenere equilibrio tra intensità emotiva e sottrazione. Togliere il superfluo, lasciare spazio al vuoto, al silenzio, alla sospensione. Anche il contrasto tra immagine e video è stato importante: l’opera inizialmente appare cupa e quasi soffocante, ma il movimento introduce lentamente una possibilità diversa. Mi interessa molto questa trasformazione percettiva, questo passaggio inatteso tra oscurità e apertura. Credo che il vortice, in fondo, rappresenti proprio questo: un attraversamento. Non solo caduta, ma possibilità di cambiamento.
Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto?
La affronto in modo molto intuitivo e immersivo. Le idee arrivano spesso all’improvviso, in maniera quasi vulcanica, ma poi entrano in una fase di stratificazione e ascolto. Osservo molto, raccolgo immagini, dettagli, sensazioni, materiali, e lascio che tutto sedimentI dentro di me prima di prendere una forma precisa. Molti lavori nascono da un’emozione molto forte o da una tensione che sento nell’aria, quasi fisicamente…
Segui un metodo o un processo specifico?
Non ho un metodo rigido. Il mio processo è aperto e in continua trasformazione, proprio come i vortici che creo. Spesso parto da una prima immagine mentale molto intensa e poi inizio a costruire attorno ad essa: dipingo, modifico, distruggo, ricompongo, sperimento con diversi strumenti. Mi interessa lasciare spazio all’imprevisto, perché è proprio lì che spesso accade qualcosa di autentico. Anche l’intelligenza artificiale, per me, funziona così: non come automatismo, ma come dialogo creativo.
Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi?
Una delle sfide più grandi è restare autentici in un mondo saturo di immagini, velocità e sovrastimolazione continua. Oggi tutto viene consumato rapidamente, anche l’arte, e il rischio è quello di creare lavori che vengano solo guardati superficialmente. Un’altra grande sfida riguarda il rapporto con la tecnologia e l’intelligenza artificiale. Molti la vivono con paura, mentre io credo che ogni epoca abbia avuto i propri strumenti rivoluzionari. La vera domanda non è se usare questi strumenti, ma come usarli mantenendo una visione personale e soprattutto utilizzarli come mezzi, attrezzi e non come scorciatoie.
E come cerchi di superarle?
Cerco di attraversarle senza paura. Non mi interessa restare nella comfort zone o ripetere formule già conosciute. Ho bisogno di sperimentare, di mettere continuamente in discussione il mio linguaggio. Allo stesso tempo cerco di restare fedele alla parte più autentica del mio lavoro: l’urgenza emotiva da cui tutto nasce.
È quella la mia bussola.
Il vortice è la forma visibile delle forze invisibili che attraversano l’essere umano. Il mio lavoro non rappresenta: trasforma.
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