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exibart prize incontra Giorgio Micco

di - 14 Gennaio 2026

Come è iniziato il tuo percorso artistico? C’è un momento, un incontro o un’esperienza che ha segnato l’inizio della tua ricerca?

Il mio percorso artistico è iniziato durante gli studi all’Accademia di Belle Arti di Venezia e alla Willem de Kooning Academy di Rotterdam tra il 2008 e il 2013. Entrambi i contesti, quello italiano e quello olandese, si configurano come laboratori di internazionalizzazione, soprattutto sulla scia della Biennale nel caso di Venezia, e di importanti centri espositivi come il Witte de With Center (ora Kunstinstituut Melly) e il Boijmans a Rotterdam. Posso citare, tra gli incontri significativi che hanno segnato l’inizio della mia ricerca, quelli con artisti pionieri come Luigi Viola e Karin Arink o di critici come Giulio Alessandri e Catherine Somzé, accomunati da solide metodologie di ricerca e dall’impegno profuso nella formazione di artisti.

Quali temi o domande guidano il tuo lavoro oggi? Cosa ti spinge a sviluppare nuove opere?

Dal 2015, anno coincidente con il trasferimento in Piemonte – tra Torino e Alba -, il mio lavoro indaga e problematizza il medium pittorico attraverso una ricerca artistica che non si limita a interventi manuali. Difatti, oltre alla pittura, realizzo disegni, monotipi, stampe digitali, libri d’artista e lightbox che sfuggono a un incasellamento. Nelle opere, la condizione post-mediale dell’arte si interseca con la riflessione estetica, per restituire la complessità di un mondo sempre più sfaccettato. Determinanti, in tale contesto, sono state le letture di saggi di Raphael Rubinstein e Luca Bertolo, come anche i frequenti viaggi intrapresi in Francia, Germania e Svizzera, nella convinzione di un necessario confronto con la dimensione europea e internazionale.

Che ruolo giocano i materiali e le tecniche nella tua pratica? Come scegli gli strumenti espressivi con cui lavorare?

Le opere recenti si basano sul reimpiego di ritagli e scarti fotografici, su cui opero manualmente attraverso interventi ad acrilici misti a colle. Questa pratica mira a offrire un uso libero e anticonvenzionale di materiali e tecniche, che trova i suoi precedenti in opere neodadaiste e appropriazioniste, riattualizzate alla luce di istanze ecologiche e tecnologiche che caratterizzano il dibattito contemporaneo. In ambito espositivo entrano poi in gioco altri fattori, come la possibilità stessa di trasformare il contesto di una mostra in un potente mezzo espressivo, ad esempio allestendo multipli a stampa, in serie capaci di coinvolgere maggiormente gli spettatori. L’attività dell’artista si avvicina, in quest’ultimo caso, a quella del curatore.

Puoi parlarci di un’opera o un progetto a cui sei particolarmente legato? Cosa rappresenta per te e quali sfide ha comportato?

Un progetto a cui sono particolarmente legato è quello che ho presentato nel 2025 per il Selva Art Prize di Germinale Monferrato, rassegna diffusa di arte contemporanea nel cuore delle colline UNESCO, nata sull’esempio di PANORAMA Italics. Nel contesto del premio, l’Ex Asilo Regina Elena a Castagnole ha costituito il punto di partenza per una riflessione personale sui temi della crisi ecologica e della tutela degli ecosistemi che rappresentano per me nuclei di primaria importanza. L’allestimento delle serie “Pollution” e “Imprint”, realizzate tra il 2020 e il 2024, ha dialogato con opere di altri giovani artisti under 40, insieme a quelle di maestri come Sciaraffa e Pirri.

Come affronti la fase di ricerca e sviluppo di un progetto? Segui un metodo o un processo specifico?

Di solito tendo a impostare la fase di ricerca e sviluppo di un progetto o di una serie di lavori secondo una coerenza di selezione delle fonti iconografiche, sia che esse siano tratte da miei archivi personali, sia che risultino da appropriazioni di immagini di largo consumo. Recentemente ho avviato un’indagine che pone al centro il patrimonio etnografico del Piemonte, al fine di realizzare opere in un più stringente dialogo con i luoghi che io stesso frequento. Quando invece mi approccio alla fase di realizzazione di un progetto di mostra o di rassegne su invito, penso soprattutto alle potenzialità semantiche che si instaurano tra l’opera e i processi comunicativi che la veicolano, trasformandola a tutti gli effetti in un intervento site-specific.

Quali sono le principali sfide che incontri come artista oggi? E come cerchi di superarle?

Le sfide e le domande che mi pongo oggi sono condivise da molti artisti della mia generazione. Penso, ad esempio, al gruppo individuato dal 2013 dalla mappatura 89plus di Castets e Obrist, che ha evidenziato un cambiamento di paradigma già a partire dal 1989, anno segnato dall’emergere di nuove istanze sociali ed estetiche. Con la trasformazione dei linguaggi artistici, la pervasività del digitale, le nuove frontiere della globalizzazione e il declino del sistema espositivo tradizionale, gli artisti sperimentano modalità inedite di produzione e promozione, dal web all’hyper-locale. Sta emergendo una nuova sensibilità per i contesti locali e per pratiche più collettive e condivise. È un segnale che mi incoraggia: il recupero delle idee dell’albese Pinot Gallizio, che ha ispirato la candidatura di Alba a Capitale dell’Arte Contemporanea 2027, mostra come modelli radicati nel territorio possano guidare visioni future.

Untitled (Diptych), 2025

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