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exibart prize incontra Giovanna Rigattieri

  1. Qual è stato il tuo percorso artistico?
Al liceo artistico ho avuto la fortuna di avere una solida preparazione classica, anche se forse non si direbbe per le mie scelte estetiche. Si passavano mesi fare righe verticali ed orizzontali, con diversi strumenti e supporti, per comprendere al meglio il materiale e fare esperienza diretta delle tecniche, educando così la mano a trovare il proprio segno. Ho conosciuto la bellezza della manualità colta, ed ho avuto un educazione artistica artigianale, nel senso più alto del termine. All’Accademia di Venezia scelsi l’unica cattedra dove si dipingeva davvero, per lungo tempo l’arte visiva è stata per me solo immagine dipinta, soltanto dopo la laurea in pittura e studiando musica sono arrivata a capire davvero gli altri mezzi d’espressione.
Il mio percorso artistico è segnato da un unica costante, la sperimentazione. I soggetti si sono susseguiti, corpi nudi, animali, paesaggi, mostri. Ho sempre avuto una gran fame di cambiare supporti e strumenti, tele ad olio di grandi dimensioni hanno lasciato spazio a stoffe tradizionali mediorientali, stampe digitali, lastre di alluminio ed ora carta e collage, foto strappate o cancellate da una pittura alle volte quasi distruttiva. Al momento sono le piccole dimensioni quelle che mi regalano più soddisfazione, inaspettatamente mi sono scoperta felice di contenere i miei impulsi gestuali.
  1. Quali sono gli elementi principali del tuo lavoro?
Anche se spesso la natura delle mie opere è cupa e nostalgica, in realtà l’elemento fondamentale per me è il divertimento. Certo, spesso sono le sensazioni nervose e l’animo turbolento che mi spinge a creare, ma la ricerca, il sorprendermi a scoprire qualcosa che non sapevo, è ciò che mi diverte davvero. Ora le opere che produco lasciano trasparire di più quest’aspetto del mio lavoro. Rapportarmi con immagini già esistenti, mi aiuta ad essere più fresca nel mio creare, le opere non sono viziate dal mio unico pensiero, sono più vaste più ampie, sono costretta ad espandermi e capire, interrogarmi ed anche mettermi da parte. Creare è uno strumento di crescita personale, mi diverte, è esperienziale.
  1. In quale modo secondo te l’arte può interagire con la società, diventando strumento di riflessione e spinta al cambiamento?
L’interesse della società per l’arte è quasi esclusivamente monetario, sono pochi gli innamorati della bellezza. L’impoverimento del nostro paese non aiuta questo dialogo e spinge sempre di più le persone a comprare stampe IKEA con slogan positivi, frasi motivazionali e paesaggi che non possono permettersi.
L’arte parla da sempre alla società, alla gente, alla politica, alle mode e agli orrori che le passano davanti, ma ahimè il ritmo dell’arte e quello della società sono completamente incompatibili, due canzoni che non combaciano.
L’arte ha sempre fatto politica anche quando non aveva alcun interesse di farla. Ma la politica non ha alcun interesse per tutto ciò che è artistico, bello e gratuito.
D’altronde viviamo in un mondo privo di poesia, eppure è solo educando a questa che insegneremo alle nuove generazioni di godere e di fruire non solo dell’arte, ma della vita.
  1. Quali sono i tuoi programmi per il futuro?
Al momento sto preparando una personale a Venezia curata da Martina Cavallarin dal titolo “Il dito e la luna”, inaugurerà sabato 17 settembre. Questo per ciò che riguarda la mia vita artistica, la mia vita personale invece ultimamente è piuttosto calma e serena, tutto ciò mi piace e cercherò di mantenere questa nuova e piacevole tranquillità.
  1. In quale modo le istituzioni potrebbero agevolare il lavoro di artisti e curatori?
Sicuramente con iniziative che promuovono l’utilizzo di spazi inoccupati ed in disuso. Anni fa a Berlino affittando il pian terreno ad un artista si poteva godere di importanti agevolazioni fiscali, questo sicuramente potrebbe essere una possibile soluzione. Le istituzioni dovrebbero percepire il fare artistico, soprattutto in un paese come l’Italia, una risorsa importante per il futuro.

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