Un semaforo non è mai solo un semaforo. Lo sa bene Matteo Cervone, che con il progetto Semafori. Linguaggio Universale, ha trasformato un oggetto ordinario in dispositivo poetico, specchio dell’uomo urbano, totem di emozioni collettive. La mostra, allestita all’Ex Fornace di Milano dal 18 al 26 maggio 2025, ha chiuso i battenti con un’eccezionale affluenza di pubblico, centinaia di visitatori e oltre una dozzina di pubblicazioni nazionali dedicate. Ma ciò che resta, oltre le immagini, è un pensiero: cosa ci raccontano i nostri semafori? E cosa racconteranno di noi, un domani?
Cervone – che negli anni si è guadagnato l’appellativo di “Fotografo dei Semafori” – è riuscito a condensare in questa personale uno spaccato estetico e antropologico. A partire dalla ricorrenza dei 100 anni del primo semaforo italiano (installato a Milano nel 1925), l’artista ha innescato una riflessione profonda sull’evoluzione del segnale visivo, dei linguaggi collettivi e dei simboli urbani. E lo ha fatto con una combinazione di fotografia fine art, installazioni interattive e reperti concettuali.
Tra le opere più iconiche, la partecipatissima installazione “L’Omino Sono Io”, dove il pubblico si è potuto immedesimare letteralmente negli omini stilizzati dei semafori, cambiando “colore” in base al giorno. Una riflessione giocosa e filosofica sull’identità e sulla condizione umana che si trasformerà a Torino per la fiera The Others Art Fair nel progetto “We are icons”
Ma è la sezione finale della mostra a tracciare una nuova traiettoria per il progetto. Qui Cervone ha esposto un “semaforo fossile”: una lanterna semaforica inserita in una teca sabbiosa, come fosse un reperto archeologico del nostro tempo. Un’opera provocatoria che chiede: che ne sarà dei nostri semafori nell’era delle auto autonome e delle intelligenze artificiali? Che valore avranno in una società dove gli algoritmi decidono per noi?
Ad amplificare il senso collettivo del progetto, anche una capsula del tempo dove i visitatori sono stati invitati a scrivere la loro visione sul “futuro del semaforo”. Le risposte, ironiche, intime o profetiche, verranno custodite in attesa di essere riaperte tra dieci anni. Un esercizio di immaginazione, ma anche di memoria attiva.
E dopo Milano?
Il progetto Semafori. Linguaggio Universale non si ferma. Matteo Cervone, insieme al team curatoriale guidato da Rosanna Accordino e con testo critico di Federico Caloi, è al lavoro per un possibile sviluppo editoriale.
L’obiettivo? Mappare l’immaginario urbano italiano e raccogliere, semaforo dopo semaforo, il battito della nostra civiltà visiva.
Con il patrocinio del Comune di Milano – Municipio 6 e il sostegno di La Semaforica, Emergenze Fotografiche, Dream Suites Milano e CurArt, l’opera di Cervone si conferma una delle narrazioni più originali nel panorama dell’arte urbana contemporanea.
E mentre il semaforo rosso si spegne, forse da qualche parte… è già scattato il verde.
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