Sin da quando era poco più di una fantasia nella mente di alcuni scrittori di fantascienza, la Rete è sempre stata concepita come spazio, o meglio come paesaggio. Chi ama immergersi nella matrice spezzata di Bruce Sterling o nel cyberspazio di William Gibson, sa che questi paesaggi hanno la stessa complessità di quello reale, e prevedono catene montuose e avvallamenti, mari e deserti, autostrade e corsi d’acqua.
Se accogliamo questa metafora, sostiene Lev Manovich , il net surfer diventa il legittimo erede del flaneur e degli esploratori ottocenteschi. Cosa di più naturale, allora, dell’esigenz
Insegnante di Digital Media all’Accademia di Comunicazione di Milano, Cadioli è interessato
Del resto, se il gesto è semplice e la sua motivazione molto naturale, complesse sono invece le problematiche che solleva. Innanzitutto, i reportage di Cadioli riscattano il net surfing dal pregiudizio che ne fa, tuttora, una esperienza diminuita rispetto alla vita reale, e anzi negativa per la nostra sanità mentale. Inoltre, fotografare la rete non significa solo fissare l’istante, ma anche dare stabilità a ciò che per sua natura è mobil
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