Nell’ampia vetrata accanto all’ingresso della Mediateca, un manichino indossa la tuta dorata e aderente ideata dagli Yes Men per la Management Leisure Suit (2001). Ciò che un poco inquieta è l’enorme fallo della quale si fregia, munito sul prepuzio di una videocamera di sorveglianza. Di provocazione in provocazione (la tuta è stata presentata a una platea di docenti all’università di Tampere, che hanno anche applaudito i sedicenti rappresentanti del WTO), si potrà godere della visione di Gola profonda in codice ASCII (Vuk Cosic, Deep ASCII, 1998) o prenotare una periferica il cui prototipo è firmato da Alexei Shulgin (FuckU-FuckMe, 1999), grazie alla quale copulare in telepresenza col proprio partner.
Questo è un tragitto assai parziale fra quelli che si potevano compiere fra le molte “opere” di Net Art che, risalenti al decennio 1995-2005, punteggiavano le sale della Mediateca. Il curatore Luca Lampo, affiancato da Deseriis, Quaranta e dagli 01.org, ha compiuto un notevole sforzo di sintesi e rappresentazione per divulgare un ambito artistico che gode di una fama piuttosto limitata. Le ragioni di ciò risiedono in molteplici fattori: innanzitutto una certa aura di segretezza che circonda i progetti dei net-artisti, talora per necessità (quando si tratta di azioni al limite della legalità), tal altra per una posa che ha fatto di necessità virtù. Ma la questione più interessante concerne la questione della rappresentazione. Il carattere “volatile” delle operazioni realizzate in Rete rende difficoltosa l’esposizione (e – perché no? – l’acquisizione) nell’ambito dei criteri classici del sistema museale. Da un lato non è un problema inedito, basti pensare all’Azionismo e alla Body Art, con tutta la polemica relativa alla rilevanza delle fotografie e dei video “di scena”.
Dall’altro è indubitabile che in questo settore le cose si complicano, per le caratteristiche stesse di Internet. Coinvolgendo finanche problematiche di grande spessore filosofico, come quella relativa alla coppia originale-copia. Ma anche in questo caso, a ben pensarci, non si tratta di inediti assoluti. Una fotografia scattata in digitale, per esempio, non prevede la possibilità di porsi le stesse domande? Così ragionando si potrebbe arrivare a chiedersi se i neon di Dan Flavin restaurati, smontati, ricaricati e riallestiti siano ancora una sua opera. Si giungerebbe allora ad antichissime diatribe su mimesis, autorialità e paoliniane riflessioni.
Chi ha cercato una via d’uscita invero classicissima sono stati proprio gli 0100101110101101.ORG, che in alcune occasioni hanno esposto un paio di sneakers “freezate” in un blocco di cemento, a testimonianza dell’azione Nike Ground (2003). Soluzione interessante proprio perché non cerca di bypassare le dinamiche del sistema dell’arte, ma vi entra a piè pari utilizzandone con una buona dose d’ironia e realismo gli stessi stilemi. Allora le soluzioni potrebbero essere innumerevoli, dai multipli ricavati dagli screenshot dei siti web alle immagini, fisse o in movimento, realizzate durante le azioni. Qui si aprirebbe una questione ulteriore: sotto il cappello di Net Art albergano ormai forme di espressione artistica assai differenti fra loro. Perché dunque non tralasciare una delle eredità più ingombranti del modernismo (le etichette) e abbracciare la postmedialità? Facendola finita con le “accumulazioni” semantiche di cui ha dato prova il Maxxi con la sua rassegna sulla Net-Web-Art.
marco enrico giacomelli
mostra visitata il 20 ottobre 2005
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