Categorie: exiwebart

exiwebart_theory | Identità 2.0

di - 12 Luglio 2007

C’è chi sostiene che si tratti di una nuova era di Internet. E chi invece la considera solo una buzzword (una parola di moda che “ronza” di continuo) coniata ad arte e pompata a beneficio del marketing. Comunque stiano le cose, non si può negare che il Web 2.0 sia l’argomento del giorno nelle discussioni che riguardano la rete e i suoi possibili sviluppi. Tecnici, sociali e culturali.
Il termine, coniato dallo statunitense Tim O’Reilly (fondatore della casa editrice O’Reilly Media), definisce, più che una tecnologia precisa, un nuovo approccio nell’uso della rete, sia da parte degli sviluppatori che degli utenti. Il Web 2.0 celebra infatti una sempre più forte centralità dell’utente nella produzione e distribuzione dei contenuti, e valorizza la potenza del cosiddetto social networking. Le applicazioni più note, cui si fa sempre riferimento quando si parla della seconda release del Web, sono piattaforme come eBay, Myspace, Flickr, Youtube, Delicious, Twitter. Servizi online che permettono, tramite una semplice iscrizione, di pubblicare materiali di ogni genere, di classificarli in modo personale (tramite i cosiddetti tag, etichette da assegnare ad ogni contenuto), di condividerli con altri utenti, di comunicare con una vastissima comunità, costruendo, nel frattempo enormi database. Sono centinaia gli esperimenti già online che si basano sul medesimo principio ispiratore. Indipendentemente dall’argomento in questione (che si parli di libri, viaggi, fotografie, testi, video o ricette di cucina), quello che accomuna i siti web 2.0 sono concetti come condivisione, partecipazione, intelligenza collettiva, classificazione e interconnessione dei contenuti, quasi sempre user-generated.
Aldilà degli aspetti meramente tecnici, delle implicazioni commerciali e delle diatribe terminologiche, c’è un aspetto del Web 2.0 che raramente viene sottolineato dagli analisti e dagli osservatori del fenomeno. Ma che viene invece rilevato dagli artisti, più preoccupati di indagare le ricadute psicologiche, cognitive, sociali e persino emotive di questo nuovo trend della rete.

La condivisione sempre più intensa di materiali via web, il serrarsi degli scambi, e la vera e propria deflagrazione del fenomeno delle community vanno infatti a disegnare una nuova, sorprendente dimensione intima della rete. Non si tratta, naturalmente, di concetti inediti (lo stesso Tim Berners-Lee, il papà del World Wide Web, ha precisato più volte che nessuna vera innovazione è stata apportata, ma che si tratta semplicemente di uno stadio più “maturo” dell’uso di una tecnologia preesistente), ma lo scenario che si va delineando segna senz’altro una svolta.
Chi partecipa allo sviluppo delle comunità e che ogni giorno affolla le reti di nuovi contenuti, tende infatti a condividere non solo informazioni utili, materiali di studio o intrattenimento. Quello che spesso si fa è semplicemente mettere in scena se stessi. Interessi, sentimenti, pezzi di vita, stralci di quotidianità. La somma di tutti gli account attivi (le iscrizioni che si effettuano per poter accedere alle varie piattaforme) va a formare un sorprendente autoritratto. Un pacchetto di indizi che delineano un’esistenza, una personalità, che affermano il proprio essere nel metaverso digitale. Un autoritratto fatto magari di un blog dove annotare i propri pensieri, di un avatar su Second Life, di uno spazio su Flickr dove uploadare le proprie immagini, di un nick su Last.fm che testimonia le nostre preferenze musicali, di una pagina su Twitter che racconta, minuto per minuto, le minime attività che compongono la nostra giornata. E poi ci sono i gruppi, le comunità a cui decidiamo di afferire, che offrono un ulteriore tassello al mosaico del nostro ID digitale.
Pone l’accento su questo aspetto una mostra recentemente allestita presso l’Edith Russ Site for Media Art di Oldenburg, in Germania. My Own Private Reality – Growing up online in the 90s and 00s, a cura di Sabine Himmelsbach e Sarah Cook, riunisce diciassette progetti d’artista che, in modi molto diversi tra loro, prendono come spunto il fenomeno del Web 2.0, delle community, dei social software.
Molte le opere che rivolgono uno sguardo caustico sul tema, offrendo parodie e versioni “riviste” di note piattaforme di social networking. È il caso di Frienemies, dell’americana Angie Walker, che propone un prototipo di community basata sul disprezzo invece che sulla stima o sulla comunanza di interessi. Secondo il principio, politically scorrect, che ad unire le persone possano anche essere odi e idiosincrasie. Gli italiani Les Liens Invisible scelgono invece Flickr come obiettivo polemico, mettendo a punto Subvertr, una piattaforma che incita ad un uso personale e sovversivo della cosiddetta folksonomy, il sistema di tagging associato alle immagini. Annina Rüst propone invece un Sinister Social Network, suggerendo come il formarsi di gruppi possa alimentare la cospirazione oltre che la costruzione di amicizie. Non mancano i progetti dichiaratamente politici.

Come l’ormai noto Amazon Noir, del trio ubermorgen.com/Paolo Cirio/Alessandro Ludovico, che testimonia un simbolico quanto reale furto di contenuti ai danni del database della libreria online Amazon, ponendo l’accento su problematiche scottanti come quella del copyright nell’era digitale. Ma a farla da padrone è l’ironia. La mostra, in gran parte composta da progetti online perciò esplorabile anche dal web, testimonia il tentativo della comunità artistica che abita la rete di svelare aspetti poco evidenti ed effetti collaterali inaspettati delle nuove applicazioni. Ponendoci di fronte alle contraddizioni, ai pericoli e alle ambiguità che l’uso delle nuove tecnologie generano, ma anche mostrandoci, senza paura, come esse ridefiniscano la nostra identità, influenzino il nostro vivere quotidiano, plasmino il nostro essere. Online e offline.

link correlati
http://myownprivatereality.wordpress.com
www.edith-russ-haus.de

valentina tanni

[exibart]

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