Il capostipite del genere è senza dubbio Gary Brolsma, diciannovenne americano salito agli onori della cronaca per aver cantato in playback davanti alla sua webcam l’inno pop rumeno degli O-zone, Dragostea Din Tei. Il video della sua irresistibile performance (subito ribattezzata Numa Numa Dance), condita da un esilarante balletto fatto di mossette, smorfie e sopraccigli inarcati, ha fatto il giro del web, diventando il filmato più visto e scaricato del 2005.
Da allora il fenomeno è dilagato, e tra le migliaia di video virali (ribattezzati così per l’evidente contagiosità dei contenuti e per la rapidissima diffusione) che circolano in rete, il genere del lip-sync la fa da padrone. Formando una vera e propria generazione di aspiranti web idols, che, dal chiuso della propria stanza si esibiscono sulla ribalta delle reti, in cerca del warholiano quarto d’ora di celebrità.
Il potenziale creativo e la forza comunicativa di questi prodotti, che stanno tutti, manco a dirlo, nel carattere amatoriale -da dilettanti allo sbaraglio– sono stati ormai ampiamente recepiti dal mondo dei media tradizionali, nonché dall’industria dell’advertising di tutto il mondo. Il viral marketing, nato per rivitalizzare un settore sempre più a corto di idee e a rischio offuscamento a causa del crescente overload comunicazionale, fa infatti spesso ricorso a contenuti amatoriali e al cosiddetto user-content. Basti pensare, per rimanere sul suolo italico, ai mini spot-tormentone al grido di “Italia Uno”, o ai trailer demenziali che ritmano i palinsesti di Mtv.
L’americano Jonha Peretti, direttore del dipartimento Research & Development al centro d’arte digitale Eyebeam di New York, ha coniato per fenomeni di questo tipo la definizione “media contagiosi”. Secondo Peretti, infatti, “il capital
E non c’è da sorprendersi dunque, se la seconda Lip-Sync Legend (così si appella Brolsma dalla sua home page) dell’anno, i cinesi Back Dormitory Boys, siano stati ingaggiati dalla Motorola come testimonial per pubblicizzare i propri telefoni cellulari. I due ragazzi hanno girato un video in cui fanno il verso ai Backstreet Boys cantando la mielosa hit I want it that way, corredando l’esibizione di regolamentare balletto. In rossa divisa da basket (uno dei due con un braccio ingessato); sullo sfondo la stanza del college. Particolare surreale, che rende il quadretto ancora più efficace, è la presenza di un terzo studente, che se ne sta tutto il tempo di spalle, davanti ad un computer, totalmente assorbito da un videogame FPS, incurante della bizzarra performance dei compagni.
La virulenza del fenomeno, in questo caso, è andata molto oltre rispetto al caso Brolsma. Basta infatti cercare “Backstreet Boys” nel motore di ricerca di Google Video o Youtube (due servizi che permettono agli utenti della rete di uploadare e condividere filmati di ogni genere) per trovarsi di fronte a centinaia di emuli dei “ragazzi del dormitorio”. Ecco spuntare backstreet boys danesi, olandesi, polacchi, filippini, giapponesi, arabi. E poi bambini, ragazze, versioni gay o hip hop.
E persino parodie della parodia (spoof), come quella degli spagnoli Buenafuente, che ri-mettono in scena, con tanto di costumi e trucco, l’ormai celebre video dei Back Dormitory.
Ad “ufficializzare” la popolarità del fenomeno lip-synching è arrivato addirittura un concorso, battezzato ironicamente Google Idol. Centinaia di video amatoriali si sono sfidati in una competition durata diversi mesi, che ha visto vittoriosa una coppia di ragazzine olandesi, Pomme & Kelly, impegnate in una scatenatissima versione dell’inno black femminista Respect, muovendo le labbra sulle stratosferiche altezze vocali di Aretha Franklin.
link correlati
www.garybrolsma.net
www.backdormitoryboys.com
www.googleidol.com
www.contagiousmedia.org
valentina tanni
*articolo già pubblicato su Exibart.onpaper n. 30 –
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Finally! This is a truly critical and theoretical essay. Thank you, miss Tanni.
Good Night, and Good Luck.
L.S.
una meraviglia di articolo...