KOP infatti si propone come un’etichetta, un marchio di origine controllata, il logo, il simbolo su una bandiera da issare, nella chiara volontà di selezionare/ distinguere tutte quelle operazioni dichiarate illegali e legate al mondo della pirateria informatica attiva dai paradisi data di Sealand ai garage degli hacker nella Silicon Valley. Il dominio però, questa volta è ben delimitato da bandierine-boa che si muovono e oscillano in un mare da carta nautica di un turchese da fantasy, schermata successiva al bottone KOP, che è quindi lo spazio virtuale dove sono chiamati ad approdare i nauti del net: con progetti, testi, link, software, creazioni variamente ispirate al “regno” .
La piattaforma concettuale parte dalla riflessione sui diritti intellettuali in rete che, secondo KOP, non dovrebbero essere riferiti alla legge e al contesto geografico di applicazione, bensì sostituiti da un’idea connessa con la libera circolazione intellettuale che impedirebbe tra l’altro, l’applicazione della temuta globalizzazione. Anche se a dire il vero in Asia, il concetto di pirateria informatica è ancora lontano dall’uso comune, lì convivono serenamente motori di ricerca gratuita di musica come qualsiasi altro sistema che non includa i diritti d’autore. Già Arthur Kroker nel 1994 speculava sull’abbondanza del digitale in Taiwan immaginandola come un paradiso di tetragigabyte, il più grande serbatoio di scarico del virtuale, mare di informazioni che potevano essere reperibili in modo assolutamente libero.
L’idea che l’IP e i suoi diritti siano controllati è stata d’altro canto variamente osteggiata da scrittori, artisti, ricercatori, crackers e hacker, e KOP propone a questo proposito una regolamentazione più ampia e che non abbia limiti geografici.
Il KOP, come si legge nelle dichiarazione in rete, in realtà è già ovunque, dall’Asia all’Europa dell’Est, e l’intenzione degli artefici è proprio quella di creare un centro libero di interconnesione di dati e di strutture, di sistemi, completamente gratuito che diventi un serbatoio di propulsione e di espansione di informazioni nel quale la pirateria della rete viene vissuta come un intervento poetico e come un input intellettuale e concettuale che d’altro canto è alla base dell’idea stessa del World Wide Web.
KOP è quindi un luogo di sperimentazione e di aggregazione e contemporaneamente di riflessione, un cyber porto, che sarà definitivamente attivato in occasione della manifestazione che si svolgerà a Taiwan il prossimo marzo presso l’Acer Digital Art Center nella rassegna ARTFUTURE 2002. Attualmente KOP è ancora in via di elaborazione e di aggregazione e come conferma Yukiko Shikaka, le nuove informazioni e realizzazioni saranno immesse progressivamente in rete nel sito sino alla fine di aprile, per poi continuare ad essere accessibili nel ADAC server.
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Francesca De Nicolò
[exibart]
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anche il teschio dei pirati era un marchio, un logo, una bandiera da issare...facciamo LOGO contro LOGO...
Vorrei dire che i termini: etichetta, marchio,logo da Lei usati per definire Kop, mi sembrano in contrasto con gli obiettivi del progetto espresso da Kingdom of Piracy.
Se KOP è un progetto che commssiona lavori creati con la pratica artistica della pirateria informatica, analizzando il tema dei diritti di proprietà intellettuale, le sue leggi e le sue applicazioni, perchè definirlo coi termini che indicano la sfera della protezione di questi diritti?
Non è forse una contraddizione in termini?
una bandiera è sempre un simbolo e MAI un logo.
a quando l'annuncio che avete brevettato un HACKER?...e al LOGO?... ci state già pensando?
no logo-no flag
no intellectual property.
no trademark for KOP, please.