Art Berlin non si farà più: la fiera d’arte moderna e contemporanea di Berlino chiude con la terza edizione, che si è tenuta a settembre 2019, negli hangar dell’ex aeroporto di Tempelhof, abbandonato nel 2008 e riconvertito in parco pubblico e sede di eventi nel 2010. Koelnmesse, la società che si occupa dell’organizzazione di Art Berlin, ha annunciato che l’esperienza di Art Berlin si chiude qui, a causa di alcune questioni sorte in merito alla possibilità di usare nuovamente la sede dell’ex aeroporto. Ma non solo. Il motivo principale di questo addio, ovviamente, è da rintracciarsi nel magro bottino, decisamente «non soddisfacente», hanno dichiarato da Koelnmesse. Insomma, la fiera non ha portato gli sperati, auspicati, dannatissimi e santissimi risultati economici.
Si tratta di un addio particolarmente doloroso per i berlinesi che, a prescindere dagli euro in ballo, perdono la fiera eponima, cioè quella che porta il nome della propria città – quindi la più identificativa – e uno degli appuntamenti di maggior richiamo della loro Art Week. Che però, dobbiamo riconoscerlo, è rimasta indietro e non di poco, rispetto alle controparti parigine, londinesi e milanesi. Per rimanere solo sul territorio europeo e lasciando stare, per esempio, il moloch Miami Art Week. In questi casi, si tratta di appuntamenti non solo più frizzanti e trasversali ma anche presi in maggiore considerazione dai grandi interpreti del posto.
A Berlino, invece, le gallerie e le istituzioni di primo piano, che pure non mancano, come KW Institute for Contemporary Art e König Galerie, non si sono mai lasciate trascinare troppo dall’atmosfera della Art Week, organizzata dalla Kulturprojekte Berlin. E una art week che non riesce ad coinvolgere nella rete i pezzi grossi potrà anche ottenere dei buoni risultati per l’arte emergente o per le ricerche più sperimentali ma, di certo, attirerà pochi investimenti.
Circa 110 gallerie hanno partecipato all’ultima edizione di Art Berlin, curata da Maike Cruse. Tra queste, non tantissime quelle blue chip. Segnaliamo Sprüth Magers, Daniel Marzona, Piero Atchugarry e König Galerie. Presenti anche sponsor di un certo livello, come Landesbank Baden-Württemberg e Audi City Berlin. Eppure, qualcosa è andato storto. «Ci dispiace molto ma al momento non vediamo le condizioni necessarie per realizzare i nostri progetti per Art Berlin. Da oggi in poi ci contreremo su altri eventi», ha dichiarato amaramente Gerald Böse, direttore di Koelnmesse.
La società, che organizza circa 80 appuntamenti fieristici all’anno in giro per il mondo, dal Gamescom di Singapore all’Interzum di Bogotà, dedicherà le sue forze in particolare all’organizzazione di Art Cologne, da una cui costola – insieme ad ABC Art, un’organizzazione che riunisce alcune gallerie di Berlino – era nata anche Art Berlin. Un’altra fiera d’arte moderna e contemporanea ma questa di Colonia è storica. Fu fondata infatti nel 1967 e a quella prima edizione parteciparono 18 gallerie. Però fu fondata da un certo Rudolf Zwirner, il padre di David e in questo caso la mela non è caduta lontana dall’albero, visto il figlio ha continuato la tradizione di famiglia e oggi è uno dei più importanti galleristi al mondo (il più importante? Secondo Artreview è il quinto, nella classifica 2019 delle persone più influenti dell’arte contemporanea). Nemmeno a farlo apposta, Rudolf vive a Berlino e chissà se sentirà la mancanza della fiera.
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