Subito una riflessione: forse l’unica vera sfortuna della FIAC è di cadere a ridosso della londinese Frieze, più giovane nello spirito e nelle proposte (per quanto molte gallerie partecipino ad entrambe). La fiera parigina ha invece superato i trent’anni di attività e non ha intenzione, come esplicitamente dichiarato, di farsi promotrice di alcuna “amnesia storica”. Anche il pubblico delle due fiere è diverso: qui a Parigi c’è chi considera la FIAC come un viaggio nella creazione del XX secolo e, davanti ad una raffinata selezione di Tanguy in una galleria che si è portata dietro persino un tavolo di legno ingombrante come un altare, si può sentir proferire: “questa sì che è arte di qualità!”.
Detto altrimenti, non sorprende se persino nella Hall 5.1 -la sezione delle gallerie con meno di tre anni di vita e con opere del valore compreso entro i 5000 euro- è la pratica della pittura a dominare incontrastata. Nella storica Hall 4 ci sono del resto sale intere dedicate al dadaismo e al surrealismo, a due grandi come Kurt Schwitters e Henri Michaux o ancora ai disegni di Warhol che, per inciso, si confondono con quelli delle ricerche dell’ultima generazione. Del medium della pittura sono tuttavia presenti tutte le varianti possibili: dai ritratti alla cioccolata di Vik Muniz ai salumi di Wim Delvoye, dai disegni sulle pelli di una batteria (strumento che quest’anno ha ispirato più di un artista), fino a Louise Bourgeois, mai tanto esposta come in questa edizione, la cui produzione proteiforme viene accostata alle opere più recenti e disparate senza perdere di intensità.
Il nuovo spazio espositivo –un padiglione ben strutturato con stand più ariosi rispetto alla sezione storica, cui si accede grazie ad un braccialetto al polso come in una discoteca– risponde all’esigenza, sbraitata l’anno scorso dalla critica quanto dal pubblico, di aprire la FIAC al mercato internazionale. E quest’anno i galleristi stranieri sono quasi la metà (105 su 214).
Tuttavia questa divisione di categoria – giovani/affermati, “tutto a 5000 euro”/business class – se è giustificabile da un punto di vista logistico, non lo è affatto da quello strategico. Una delle proposte critiche proprie della FIAC risiede nella capacità di creare cortocircuiti fra generazioni e momenti storici diversi, così lontani così vicini.
Triste, come al solito, il panorama italiano, con i vecchi cavalli da scuderia che all’estero costituiscono il marchio italiano di qualità: Boetti, Fontana, Burri, Kounellis, un po’ di Arte povera e di Transavanguardia, con una predilezione per Giuseppe Penone che, in seguito alla consacrazione sotto forma di retrospettiva al Pompidou, è entrato ufficialmente tra i top. A parte la sala dedicata a Luigi Ontani, c’è purtroppo poco altro da segnalare, il tutto all’insegna di un pervasivo main stream e di un’incapacità di correre dei rischi.
Inutile infine arrischiare lo sguardo sul panorama internazionale: neanche in questa occasione vi è, da una Hall all’altra, una tendenza che prevale, una ricerca che si delinea, una traccia che si disseminerà lungo il corso della prossima stagione espositiva. Forse ha ragione Gilles Barbier, artista francese secondo cui “una fiera non è un luogo d’esposizione ma una gondola per vendere cose. Non ci sono dunque piccole o grosse fiere ma opere buone e scadenti”. E la FIAC non ha mai fatto eccezione.
riccardo venturi
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