Categorie: fiere e mercato

fiere_resoconti | Volta Show 03

di - 2 Luglio 2007

23 erano stati gli espositori alla prima, 54 alla seconda, 67 rispondono all’appello della terza. La fiera cresce, consolida la sua connotazione anglosassone (17 gallerie americane, 7 inglesi), ma sulla sua strada trova nuova concorrenza e l’appesantimento nel numero di espositori ne rallenta lo slancio.
Una nuova fiera nasce come una sortita, all’inizio vale lo spirito di naturale aggregazione. Ma se le cose funzionano, ecco farsi sotto quelli che se n’erano stati alla finestra, pronti a saltare sul carro dei vincitori. Magari per riscuotere qualche credito dai colleghi. È lì che il progetto rischia di scricchiolare. E forse le pressioni esterne sono la causa del raffreddamento di quella verve che connotava Volta. E che quest’anno sembrava essersi trasferita a Scope, l’ultima nata.
Tuttavia la piccola kermesse tascabile (rispetto ad Art Basel) non si è fatta mancare proprio nulla, inventandosi il suo Unlimited< in miniatura, opere sparse fuori della fiera, a interagire con le strutture della zona industriale lungo le rive del fiume, tra gru e container.
Nella halle, l’islandese Kling & Bang presentava Sigudur Gudjonsson, con video e foto, la danese V1 l’interessante progetto del collettivo Janfamily, tra memoria e sovvertimento della routine quotidiana, e la narrativa pittura fantastica di Richard Colman, mentre il colosso Leo Koenig andava sul pesante con mandala pop di Justin Faunce (già Greater New York nel 2005, a 25 anni) e gli s pettrali oli di Les Rogers.
Anche qui i “biennalizzati” non si sono fatti attendere: per la brasiliana Leme si sono viste le ricostruzioni fotografiche di scene di guerra di Neil Hamon, mentre ritratti e rivisitazioni di Picasso di Felix Gmelin campeggiavano dalla svedese Milliken, che vantava anche le intriganti traduzioni scultoree pseudodigitali di Mattias Nordéus.
Il big dealer Derek Eller ha stravenduto i lussureggianti dipinti su masonite di André Ethier, visto in Italia recentemente alla galleria torinese Glance, come pure Katherine Bernhardt, qui con la galleria Canada che, contrariamente al nome, è di New York. Un’altra americana, ZiherSmith, affiancava i dipinti di Eddy Martinez ai lavori, video e foto, di Matt Stokes, già vincitore del Beck’s Future. Poco più in là, non passava inosservato il pop caramelloso dei giclee print di Boo Riston, dalla londinese Risley.
Tre le italiane in gara, Marella ha mostrato il suo volto dagli occhi a mandorla, ma l’immaginario dei suoi campioni cinesi non è parso a suo agio in questo contesto. Meglio fa Galica, con le azioni di forza di Arcangelo Sassolino. La padovana Perugi è nella debolissima e dispersiva sezione delle opere esterne. Se la cava egregiamente piazzando un ridicolo Bus per artisti celebri guidato Laurina Paperina all’ingresso (richiamo evidente all’Art-tour che caratterizza l’estate europea 2007), e un suggestivo Lenin nero di cartone e con il pugno alzato sulla riva del fiume di Chris Gilmour, ad accogliere i visitatori in arrivo via battello da Liste.

Ma per il premio del migliore della fiera è d’obbligo tornare dentro e assegnarlo, senza discussioni, alla newyorkese Spencer Brownstone, che allestisce uno stand di qualità eccelsa con le elaborazioni optical nello spazio della lituana Zilvinas Kempinas, la sedia arrangiata e inutile di Jaime Pitarch, le scritte al neon della biennalizzata Lori Hersberger, la ridondante e romantica installazione quasi analogica di Ian Burns, a ricreare un passaggio d’auto su una strada di notte, e quella barocca di Tessa Farmer, sabba in miniatura sospeso in bava di nylon, tra insetti e scheletrini microscopici.

alfredo sigolo

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