Categorie: fiere e mercato

opinioni | Artissima 2002 a mente fredda

di - 26 Novembre 2002

Perché Torino non è solo Artissima, innanzitutto: durante i giorni della fiera alla Fondazione Sandretto Re Baudengo è transitato il mondo dell’arte per visitare Exit, la mostra che è il biglietto da visita di Francesco Bonami, curatore della prossima Biennale di Venezia; al Castello di Rivoli le grandi mostre erano addirittura tre: le personali dei big Nan Goldin e Thomas Demand, per non parlare del monumentale tributo alla Transavanguardia. E poi gli eventi collaterali, i premi, le inaugurazioni notturne delle gallerie che hanno affollato le strade di compagnie di amici amanti dell’arte, codazzi di critici, curatori, artisti.
La sensazione è quella di una città che si mobilita e che diventa per alcuni giorni la capitale continentale dell’arte contemporanea. Già, perché Artissima è l’unica fiera che, nel nostro paese, abbia scelto di specializzarsi nel campo della sperimentazione e della tendenza, l’unica che abbia un carattere veramente internazionale, con circa il 60% di espositori provenienti dall’estero (ArteFiera arriva al 15%). Artissima ha perfettamente inteso che, con l’inizio del nuovo millennio, i conti con il XX secolo si sarebbero chiusi in fretta: perciò accade che in un mercato dell’arte sempre più specializzato ed articolato, salvati gli artisti degli anni ’90, ormai è invalsa la regola di distinguere tra arte del ‘900 ed arte attuale. Artissima è una fiera di arte contemporanea senza compromessi: piccola, concentrata, superspecializzata, con gallerie selezionatissime. Il disagio, l’ubriachezza provocati da eventi fieristici analoghi (anche dalla celeberrima Basilea) sono qui soppiantati dal divertimento: perché a fronte della valanga di proposte, di opere, di progetti ed artisti, è lo spirito della contemporaneità a fare da trait d’union.
Ribadisco un concetto già espresso: la pretesa di Bologna di reggere il confronto con Torino sulla contemporaneità è una battaglia destinata alla sconfitta; le fiere “generaliste” hanno i giorni contati. Si faccia dunque a Bologna una grande fiera del ‘900, secolo che ha espresso una creatività tale da potersi paragonare forse solo al Rinascimento (l’Impressionismo ottocentesco, a mò d’esempio, appare un po’ poco da opporre a Futurismo, Cubismo, Spazialismo, Pop Art, Minimal, Concettuale, Arte Povera, Transavanguardia , ecc.).
Ma cos’ha detto Torino quest’anno? Almeno due cose importanti: la prima è che la pittura, che in molti avevano voluto far uscire dalla porta di servizio della contemporaneità, è rientrata trionfalmente dalla porta principale, se abbiamo occhi per vedere che la pittura non proviene solo dal pennello ma anche dalla tastiera di un computer, dall’obiettivo di una macchina fotografia o di una telecamera; la seconda è che la video arte sta vivendo una stagione particolarmente felice, che merita di essere documentata e proposta in modo consono e adeguato, com’è stato fatto nella sezione Videolab con proiezioni on continue e on demand di firme eccellenti: Arzuffi e Chiasera (già in Exit), FuDong, Gligorov, Maloberti, Oursler, Taylor-Wood, The Icelandic Love Corporation, Sislej Xhafa .
Alcune osservazioni e curiosità: delusione tra leNew entries, sezione ad inviti per 15 gallerie giovani e d’avanguardia, stand sballati e poco curati con qualche eccezione per gli italiani Girondini, Note e T293 che presentava un interessantissimo David Casini. Nella sezione Present future, tra i 15 progetti di giovani artisti under 35, sono piaciuti la raffinata maturità di Caravaggio (Francesca Kauffman) e il giusto riconoscimento a Maloberti (Raffaella Cortese), mentre all’Hans Schabus (Engholm) già visto a Manifesta è stata preferita la pittura di Padraig Timoney (Raucci/Sntamaria) e quella di Daniel Sturgis (Hollenbach), esponente di un gusto diffuso ma non ancora compiutamente accolto in Italia. Nel suggestivo palcoscenico a piano terra, se Minini ha riproposto l’ottimo Ryan Mendoza in mostra a Napoli, dove per altro erano mancati gli splendidi disegni, se Tony Oursler (In Arco e Lisson) ha goduto del riflesso della grande retrospettiva romana, dal canto suo Contemporary Fine Arts ha anticipato in grande stile l’esposizione bolzanina dedicata al mostro sacro Raymond Pettibon, che si aprirà all’inizio del prossimo anno. A fianco delle novità come Francesco Carone (quattro interessanti lavori nello stand della nuova gallera Isabella Brancolini) ed Alvise Bittente (Perugi), le cui opere, dopo il 2° piazzamento al Premio Piemonte, sono andate a ruba, s’è visto un Paolo Leonardo (Bagnai) che ha fatto retromarcia rispetto ai leccati lavori dell’ultimo periodo. Pezzi di qualità eccellente erano proposti per quasi tutti i più grandi giovani artisti internazionali del momento (una poteticissima realizzazione di Mario Airò da De Carlo era forse la chicca di tutta la fiera), che tuttavia un vivacissimo Vettor Pisani (Cardelli & Fontana), con i suoi “Napoli borderline “, si toglieva il vizio di affiancare con una naturalezza disarmante.
Resta un dato da segnalare: una fiera che aumenta in un anno del 30% i visitatori portandoli alla ragguardevole cifra di 40.000 pare proprio scoppiare di salute, infischiandosene della crisi economica mondiale. E data la qualità dell’edizione appena conclusa, visto il crescente interesse per la creatività giovanile da parte di pubblico e collezionismo, per il prossimo anno si aspettano ormai solo i grandi compratori stranieri per consacrare Artissima tra i maggiori eventi di mercato europei.

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  • Dici bene della delusione delle new entries, soprautto delle famigerate gallerie straniere se si esclude Maccarone inc. Le Italiane hanno fatto una gran bella figura, oltre le citate T293 e Note, invece della Girondini (con una Pasquali del tutto inguardabile), non dimentichiamoci della Galleria Zero con un ottimo stand e valide proposte...

  • il lavoro di GIANNI CARAVAGGIO (qui nella seconda foto dall'alto)
    sprigiona sconvolgente l'energia della bellezza

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