Ricordiamo innanzitutto due eventi per festeggiare degnamente i trent’anni della parigina FIAC (Foire internationale d’art contemporain), ospitata in un immenso capannone-vasca di 18000 metri quadri a Porte de Versailles. Nel 1975 Hermann Nitsch allestisce alla Bastille una mise en scène con sangue e viscere di bue. Dopo circa un’ora, e in seguito alle contestazioni del pubblico che interpretavano l’azionismo viennese come una nuova forma di fascismo, l’artista risponde rabbioso rovesciando sul pubblico alcuni secchi di sangue. Nel 1977 la giovane Orlan -il suo periodo più interessante che ricalca in modo più o meno consapevole la strategia dell’expanded movie utilizzata da Valie Export a partire dal 1968- crea Baiser de l’artiste, performance in cui, raggirandosi fra la folla del Grand Palais, mette in vendita un “vero bacio d’artista” a soli cinque franchi.
Con 175 gallerie (metà francesi e metà straniere, cospicua la partecipazione italiana) e
L’attenzione dei galleristi e dei visitatori è però rivolta soprattutto agli artisti e al mercato cinesi, secondo una tendenza oramai consolidatasi il cui ultimo evento è Alors la Chine?, la confusa collettiva organizzata dal Centre Pompidou. Nel mucchio spicca, senza dubbio, Yan Pei Ming, di cui conosciamo bene il cadrage fotografico, il tratto corposo, le tonalità di grigio; a seguire gli oggetti quotidiani in spazi metafisici di Zeng Hao e il più francese dei cinesi, Zao Wou Ki.
Quello che non convince è invece il presente-futuro: Perspectives, sezione dedicata ai più giovani, è confusa, senza rigore né propositi critici, incapace insomma di mettere in prospettiva alcunché. Un problema da ritenere, se diamo adito alle voci insistenti che pensano alla FIAC del futuro come a una piattaforma per il contemporaneo, come una vetrina per gli artisti emergenti. C’è un anno di tempo e, ci auguriamo, di lavoro alacre.
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