Basterebbe l’azione del fotografo per indurre lo spettatore ad esprimere un ammirato verso di stupore ed incanto. Ma non è tutto, ad incrementare l’effetto sbalorditivo ecco i soggetti: Patagonia, Guatemala, Tibet, per citare solo alcuni dei luoghi incantevoli che con panorami mozzafiato e volti indimenticabili sono il filo conduttore di quest’esposizione.
L’occasione nasce all’interno del Forum Mondial de la Montagne, appuntamento che vuole fare il punto sullo stato delle montagne nel mondo. L’esposizione riunisce alcuni lavori di fotografi provenienti da diversi Paesi (Austria, Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Stati Uniti, Svizzera) ciascuno dei quali contribuisce con dieci scatti a rendere significativa la mostra.
Un ringraziamento va al Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi che da sempre si preoccupa di documentare l’affascinante mondo della montagna tema difficile ma altrettanto intrigante per i suoi molteplici aspetti che ne fanno un soggetto decisamente interessante per un fotografo. Lo testimonia l’esposizione che sebbene abbia come filo conduttore la montagna stessa, viene interpretata dai fotografi scelti in modo ogni volta personale e differente, non solo per la sensibilità tecnica e poetica con cui essi si esprimono, ma, e soprattutto, per le differenti angolazioni e suggestioni che hanno saputo cogliere e trasmettere. L’americana Beth Wald, fa della Patagonia il soggetto delle sue stampe – da lei eseguite per l’esposizione con una tecnica particolare a grana grossa – gauchos a cavallo, il Cerro Fitz Roy, il Cerro Torre, profili che gli appassionati del genere non possono non conoscere.
Il parigino Bernard Descamps privilegia il Marocco con le sue svariate sfumature, dalle montagne alle persone, qui il bianco e nero mette in risalto l’aridità della terra e la povertà della vita – ovviamente in termini materiali, non certo per mancanza di contenuti. Phil Borghes stupisce in modo impressionante con i suoi dieci ritratti di gente del Tibet, non solo per l’incredibile abilità tecnica nei viraggi in doppio tono, ma anche per la monumentalità di quei ritratti che in modo inequivocabile parlano, raccontano storie intime di vite a noi così lontane.
Craig Richards immortala squarci di vita quotidiana in Guatemala facendo uso del bianco e nero che decisamente predomina nella mostra. Poi è la volta di due italiani: Michele Pellegrino ed Antonio Biasucci. Il primo, originario di Cuneo, sceglie come chiave di lettura l’acqua che sgorga dalle montagne e ne fa un ritratto poetico e vigoroso al tempo stesso. Biasucci invece si trova agli antipodi con gli scatti dedicati al dio Vulcano. Il giapponese Takashi Iwahashi irrompe con una serie di soggetti dalle arie zen a tratti decisamente violenti per l’opulenza dei colori delle Alpi Giapponesi.
Anche gli altri autori, Heinz Zak, Jürgen Winkler e Hugues De Wurstemberger interpretano le montagne attraverso la loro personale prospettiva. Ancora una volta vale la pena visitare le sale del museo, dove le immagini che si susseguono potranno soddisfare ogni palato. Solo un piccolo neo, senza nulla togliere all’impegno ed alla buona riuscita di un evento veramente rilevante: l’illuminazione non mette particolarmente in risalto le opere che a volte si fa un po’ fatica ad ammirare, ma questa è purtroppo una lacuna comune a molti musei.
Michela Cavagna
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