La mostra su Tony Andrè rappresenta, in se, l’importanza che gli istituti per il catalogo ed il restauro hanno per la valorizzazione del patrimonio fotografico.
Realizzazioni d’esposizioni di questo tipo sono infatti possibili o con fondi privati interessati alla “sponsorizzazione” di eventi del genere (che in Italia sono piuttosto difficili da trovare, anche per la grande offerta di materiale artistico di tipo piu’ classico che da noi, che deteniamo il 70% dell’arte mondiale, è facile trovare) oppure da istituzioni private, come, appunto, l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione.
In quest’ultimo caso, però, i fondi (quelli economici) non sono mai troppo consistenti e destinare parte degli stanziamenti per organizzare mostre non è cosa facile.
E’, quindi, meritoria d’attenzione l’iniziativa che ci vede proporre un fotografo di cui non esisteva praticamente ‘traccia’, anche in virtù del grosso lavoro di ricerca compiuto, lavoro durato circa cinque anni.
L’attività documentativa è una fase lunga e laboriosa, e necessiterebbe di molto spazio per far capire a fondo quante energie siano spese per il suo completamento. Volendo essere sintetici immaginate d’avere di fronte a voi oltre 7000 immagini, di cui non sapete nulla! Innanzi tutto definire il periodo storico, dividerle per anno, luogo, e poi individuare la località ed il soggetto e se, a tutto questo, aggiungete il fatto di non sapere nemmeno chi sia l’autore ….. allora le cose si fanno veramente difficili.
La parte più ‘avvincente di tutta l’operazione, inerente questa mostra, è sicuramente la sua storia. Il fondo fu acquistato, dallo Stato, da una signora fiorentina, che, a sua volta, l’aveva comprato ad un “mercato delle pulci”. Le indicazioni circa l’autore erano però vaghe ed a volte discordanti. Sono state necessarie ricerche d’ogni genere, dalle classiche indagini in archivi e biblioteche, fino a perizie grafologiche e visite nei cimiteri. Insomma, una storia da romanzo, che alla fine a portato i ricercatori a dare nome e volto all’autore con certezza, ricostruendone dettagliatamente la vita e i presumibili spostamenti. Di questa storia è permeato il catalogo che, per la sua completezza, merita sicuramente d’essere letto.
Andrè non era un professionista, ma un amatore, uomo colto, pastore evangelico e grande viaggiatore. Quello che ha lasciato non sono “foto ricordo” ma dettagliati reportage di viaggi; impressioni visive importanti non solo per il valore storico ma anche come esempio di “buona fotografia”.
Maurizio Chelucci
mostra vista il 24.10.01
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Abbiamo tesori che non conosciamo, chissà quanti!
Queste impressioni visive sono importanti, come esempio di buona fotografia.