Categorie: Fotografia

A Bergamo le fotografie vernacolari Kodachrome diventano racconto collettivo

di - 19 Marzo 2026

Cosa accade quando le immagini nate fuori da ogni intenzione artistica entrano nello spazio espositivo e si offrono a uno sguardo condiviso? Cosa significa guardare qualcosa che non è stato pensato per essere guardato in questo modo? Cosa resta di un’immagine quando viene sottratta al flusso? Dal superamento di questa soglia prende forma Memory Is Not A File. 7×7=49. The past is not behind, it surrounds us, progetto ideato e curato da Damiano Carrara, che apre oggi a Bergamo, da SANBE15/C, spazio espositivo ideato e curato da Paola Amadeo e Francesca Parisi.

Damiano Cararara

Sette immagini al giorno per sette giorni, a comporre un archivio temporaneo di 49 fotografie. Non una sequenza lineare ma una struttura che procede per ritorni e variazioni emotive. Ogni giornata è organizzata attorno a un campo percettivo, dal silenzio condiviso alla dimensione domestica, dal tempo sospeso al gesto quotidiano, costruendo una sorta di atlante affettivo in cui il visitatore è chiamato a orientarsi.

Le immagini provengono da un vasto archivio di oltre un milione di diapositive Kodachrome, raccolte negli anni da Carrara. Si tratta di fotografie vernacolari, scattate tra la fine degli anni Quaranta e i primi Ottanta, immagini anonime, familiari e famigliari, spesso tecnicamente imperfette, nate senza ambizione estetica. Eppure, proprio in questa assenza di intenzione risiede la loro forza. Non sono pensate per essere viste come opere ma per essere vissute, condivise, conservate all’interno di un circuito tanto intimo quanto comunitario.

È qui che il progetto introduce uno slittamento. Quelle stesse immagini, sottratte al loro contesto originario e rimesse in circolazione, rivelano una capacità comunicativa che potremmo definire, oggi, “virale” ma in un tempo analogico. Prima dell’iperproduzione digitale, prima della circolazione istantanea, esisteva una forma di diffusione lenta, sedimentata, in cui le immagini si trasmettevano attraverso relazioni, memorie, archivi familiari. Una diffusione senza rete, affidata alla persistenza dello sguardo.

Domestic Daily Dreamlike

Un ruolo di primo piano è dunque assunto proprio dal “medium”, che può essere considerato un “autore” a se stante. Il Kodachrome, introdotto da Eastman Kodak nel 1935, è stata la prima pellicola a colori di grande diffusione, apprezzata per la profondità cromatica e la capacità di resistere nel tempo senza sbiadire. Utilizzato sia in ambito fotografico sia cinematografico, il Kodachrome si impose soprattutto nel secondo dopoguerra, diventando uno degli strumenti privilegiati per la fotografia, diventando un elemento costitutivo dell’immaginario visivo del Novecento.

Il Kodachrome ha accompagnato per decenni reportage, archivi familiari e produzioni cinematografiche. A partire dagli anni Ottanta, tuttavia, il suo utilizzo è progressivamente diminuito, complice la diffusione di pellicole a colori più economiche e semplici da sviluppare, oltre all’avvento del video e, successivamente, della fotografia digitale.

La produzione è stata definitivamente interrotta nel 2009, chiudendo un ciclo durato oltre 70 anni. L’ultimo rullino è stato affidato a Steve McCurry e sviluppato nel 2010 presso l’ultimo laboratorio al mondo in grado di trattarlo. Più che un supporto tecnico, il Kodachrome è rimasto una vera e propria “pelle del tempo”, capace di fissare la memoria visiva del secolo scorso con una qualità cromatica ancora oggi difficilmente replicabile.

Carefree Coastal Colorful

«Ogni opera è un varco aperto. Un invito a entrare e a perdersi. Un viaggio straordinario nella memoria, dove l’interpretazione si espande senza limiti e il passato continua a generare nuove possibilità. Perchè la memoria non è un file», spiega Carrara. A orientare il percorso sono indizi narrativi, accenni, possibilità. Nomi, luoghi, epoche che sospendono la fruizione tra realtà e finzione, con lo spettatore chiamato a completare le immagini oppure a reinventarle. Guardando queste fotografie, non riusciremo a riconoscere i soggetti ritratti, non avremo un accesso definito alle loro storie. Eppure riconosciamo gesti, posture, situazioni. Una festa, una vacanza, un momento domestico, un’attesa. È un riconoscimento che non passa per l’identità ma per una prossimità più sottile, quasi inconscia, archetipica. Le immagini funzionano come frammenti di un racconto collettivo, in cui l’estraneo si fa familiare e il passato si riattiva nel presente.

In questo senso, l’operazione di Carrara insiste sulla riattivazione. La selezione, il restauro, l’accostamento costruiscono un campo di risonanza emotiva in cui ogni fotografia diventa un varco. Non c’è un’autorialità che si impone ma un montaggio che lascia emergere connessioni, affinità, dissonanze. L’arte, come suggerisce il progetto, è un effetto che si genera nell’incontro.

Anche il colore gioca un ruolo decisivo, le immagini sono attraversate, segnate, trasformate. Il Kodachrome, con la sua densità materica e la sua imperfezione nostalgica, si presenta come superficie sensibile del tempo, che non è alle nostre spalle ma tutto intorno a noi, come suggerisce il sottotitolo della mostra.

Memory Is Not A File vuole superare la contrapposizione tra analogico e digitale, per interrogare le condizioni stesse della visione. In questa distanza tra intenzione e uso, tra origine e riattivazione, si apre uno spazio di possibilità. Un luogo in cui le immagini, liberate dalla loro funzione originaria, tornano a parlare, non come documenti ma come presenze.

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