Categorie: Fotografia

Addio a Sonia Handelman Meyer, pioniera della Street Photography da riscoprire

di - 29 Settembre 2022

Pioniera della Street Photography, autrice di alcuni dei ritratti di New York in bianco e nero entrati nella storia iconografica della città, Sonia Handelman Meyer è morta l’11 settembre, nella sua casa di Charlotte, in Carolina del Nord, a 102 anni. La notizia è stata diffusa dal New York Times, confermata dal figlio, Joe. Eleganti ma sempre discrete, le sue fotografie sono animate da un senso spiccato di responsabilità sociale: si era formata infatti presso Photo League, il collettivo di fotografi politicamente schierati a sinistra, che includeva tra i più noti fotografi americani della metà del XX secolo, tra cui Walter Rosenblum, Margaret Bourke-White, Richard Avedon e Weegee, e che cessò le attività nel 1951, dopo essere stata inserita nella lista nera del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, con l’accusa di essere un’organizzazione comunista e antiamericana.

A lungo distante dalle scene, l’importanza del lavoro di Handelman Meyer è stata riscoperta solo negli ultimi anni, precisamente a partire dal 2007, grazie a una mostra alla Hodges Taylor Gallery. Successivamente, le sue fotografie sono state esposte negli Stati Uniti, in Germania e in Polonia e sono entrate nelle collezioni permanenti del Metropolitan Museum of Art e del Jewish Museum di New York, del Columbus Museum of Art in Ohio e del Mint Museum di Charlotte.

I primi anni e l’impegno civile

Nata il 12 febbraio 1920 a Lakewood, da genitori ebrei immigrati dall’Europa orientale, Sonia Handelman Meyer crebbe a New York. Suo padre, Harry, lavorava nel settore delle pellicce e proveniva dalla Bessarabia, sua madre, Francesca, sarta e modista, era di Lodz, in Polonia.

Sonia si laureò a in letteratura inglese al Queens College nel 1941. Poco prima che gli Stati Uniti entrassero nella Seconda guerra mondiale, lavorò a Porto Rico, in un magazzino dell’Army Signal Corps. Qui iniziò a scattare foto. Rimase affascinata dalle immagini di povertà dell’isola caraibica scattate da Lou Stoumen, un fotografo per la National Youth Administration, che vide il lavoro di Sonia e le consigliò di entrare in contatto con la Photo League.

Sonia Handelman Meyer

Tornata a New York nel 1943, iniziò la sua formazione presso la Photo League, lavorando al contempo per l’Office of War Information, che promuoveva le politiche americane durante la seconda guerra mondiale attraverso film, programmi radiofonici, fotografie e poster. Attraverso la Photo League e con le sue fotografie, sperava di cambiare il mondo. «Senza la motivazione intellettuale, probabilmente non avrei scattato queste foto», raccontava in una intervista del 2015, «Sono stata una radicale negli anni ’40, e non solo negli anni ’40».

Dopo la chiusura della Photo League, Handelman Meyer svolse vari mestieri, come bibliotecaria dell’obitorio, fotografa clinica al Columbia Presbyterian Hospital, fotografa per la società di pubbliche relazioni Ruder and Finn, insegnante. Continuò sempre a fotografare ma in maniera appartata.

Sonia Handelman Meyer

La riscoperta recente

Nel 2007, in una libreria vide una cartolina con una fotografia dei Weavers, un gruppo folk. Nella didascalia era riportata la dicitura “Fotografo sconosciuto”. Ma l’autrice era la stessa Handelman Meyer, che si rivolse alla casa editrice, la quale rispose con una lettera di scuse e una serie di altre cartoline con sue fotografie, tutte senza credito. Ebbe così inizio la riscoperta della sua opera. «Era una presenza discreta, questa donna piccola, giovane e non minacciosa, che vagava per tutta la città, scattava le foto e andava avanti», spiegava Carolyn DeMeritt, curatrice della mostra alla Hodges Taylor Gallery.

Sonia Handelman Meyer

Handelman Meyer aveva una particolare affinità per i bambini. In una delle sue fotografie, si vedono cinque bambini giocare tra le macerie di Harlem. Due ragazzi sono in piedi, guardando oltre l’immagine, altri bambini sono inginocchiati a terra. Erano loro i suoi soggetti preferiti, «perché sono i più vulnerabili, i più belli», raccontava.

Sonia Handelman Meyer

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