Categorie: Fotografia

Il caso e le sue sorprese, in una doppia mostra fotografica a Locarno

di - 10 Novembre 2022

“Il caso fa riuscire le cose”, questo è il titolo della nuova mostra fotografica dei due giovani fotografi Ludovica De Santis e Andrea Basileo, visitabile fino al 13 novembre presso la Rada, spazio per l’arte contemporanea a Locarno, in Svizzera. Proveniente da un detto francese, la frase allude alle coincidenze che la vita ci pone davanti e allo stupore che ne deriva. De Santis e Basileo sono legati da un sentimento comune verso Parigi, città nella quale hanno vissuto per alcuni periodi, ma condividiono anche un certo approccio fotografico.

Il caso e l’accidentalità diventano gli strumenti alla base della loro arte, affiancati a parità di valore con la macchina fotografica. Attraverso questa mostra, i due fotografi mettono in dialogo l’istante e la possibilità di rappresentare la quotidianità, creando un dialogo tra generazioni diverse che convivono nella stessa epoca, un divario reso ancora più grande dopo l’arrivo di internet. Con le loro fotografie, pongono l’osservatore a riflettere su questo cambiamento, su ciò che era e su ciò che è oggi. Della loro ricerca fotografica e del loro “posizionamento”, ce ne parlano gli stessi autori, in questa intervista.

Il “caso” gioca un ruolo importante nella vostra mostra fotografica. In che modo siete riusciti a catturarne l’attimo e fermarlo nel tempo? E secondo voi, in quale modalità il caso agisce e “fa riuscire le cose”? Possono, il caso e l’attimo, essere considerati due facce della stessa medaglia?

Ludovica De Santis «Nel mio caso mi sento di dire che abbia giocato più il caso dell’attimo. È la casualità che mi ha portato ad approfondire determinate situazioni che mi hanno a loro volta concesso di vivere e cogliere un’istantaneità. Quindi sì, credo che il caso e l’attimo siano estremamente correlati».

Andrea Basileo «Trovo che la capacità di cogliere l’attimo sia frutto della preparazione, e il caso avviene quando alla preparazione si unisce una costante ricerca di opportunità».

Ludovica De Santis, tra le parole chiave indicate, compare “becoming”. È interessante proprio perché va a sottolineare quello che è il tuo pensiero, “Il continuo lottare con la nostra condizione biologica e il mondo stesso”. In che modo, secondo te, i soggetti dei tuoi scatti lottano/combattano tale condizione? Quale pensi sarà il loro divenire, analizzando l’intreccio tra passato-presente-futuro?

«A livello fotografico, il mio focus è sempre stato di natura più psicologica che narrativa, quindi più di sensazioni che azioni. La lotta di cui parlo è strettamente legata a un attrito esistenziale che si crea tra corpo e mente, se vogliamo tra azione e pensiero. Nel caso dei soggetti raccontati in Untitiled_, l’attrito sta proprio nell’inerzia ed è l’inerzia che ne guida il divenire. Queste persone si lasciano trascinare da una staticità – legata ai luoghi che vivono sin dall’infanzia, che contraddistingue la loro esistenza. Si crea una tensione quindi tra l’immobilismo fisico e geografico del loro vissuto, e una psicologia più dinamica che, scontrandosi con questo, dà vita a un forte senso di solitudine».

Ludovica De Santis, i Millennials, le persone nate tra il 1980 e il 1995 circa, una generazione nata senza internet e poi cresciuta con determinati comfort. Una generazione che non si pone né da una parte né dall’altra, disconnessa dalle altre. Ciò sicuramente emerge dalla tua ricerca e dal tuo progetto, può quindi essere visto come un bisogno d’affermazione e d’appartenenza dei tali?

«Assolutamente. Credo che i Millennials abbiano una particolare collocazione generazionale, una conca temporale a metà tra il tradizionalismo dei baby boomers e la precarietà della GenZ e delle generazioni che verranno.  Per questo credo che micro-cosmi urbani ne rispecchino così tanto l’essenza. L’intersezione tra generazione Y e provincia si manifesta laddove entrambe esperiscono l’impossibilità di adattarsi spontaneamente alla contemporaneità. Vivere a cavallo o a metà impone uno stato di disagio che si manifesta a sua volta nell’incapacità di trovare una collocazione adeguata nel presente. Il passato sembra troppo lontano per essere compreso e il futuro troppo incerto per essere immaginato. Rivendicare questa appartenenza nella scomodità di un vissuto in continuo divenire tra pre-internet e post-internet, è sicuramente una necessità».

Andrea Basileo, nel tuo lavoro parli di una generazione che si è spostata dal suo Paese d’origine verso un altro, forse come prova per trovare il proprio posto nel mondo. Dove pensi che nasca questo desiderio di evasione, di prendere e lasciare tutto, creare una nuova realtà nella quale potersi affermare? Come pensi che questa attitudine abbia contribuito al tuo progetto fotografico?

«Penso che la necessità di allontanarsi dal proprio luogo di origine può provenire da moltissime motivazioni differenti. Chi per inseguire una passione, una carriera lavorativa, chi per allontanarsi da situazioni sociali o personali difficili.  L’idea di costruire una serie di immagini riguardanti questa tematica è venuta sul da farsi.

Ho cominciato a scattare varie immagini nel Canton Ginevra, ed una volta sviluppate mi sono reso conto che stavo ritraendo principalmente giovani che vivono lontani dal loro luogo di origine. La serie l’ho costruita abbinando ritratti a oggetti o attimi colti impulsivamente che rimandassero ad un senso di leggerezza e pesantezza allo stesso tempo».

Ludovica De Santis, hai la capacità di fotografare la realtà con occhio critico e sezza giudizi. In che modo sei riuscita a rendere la fotografia quasi immune a essi e a catturare una realtà vera e cruda? E alla base di ciò, è possibile trovare una critica sociale verso il mondo che era e che è oggi?

«Ancora non so se ci sono riuscita. Quello che so è che da parte mia, c’è sempre stata una volontà di stratificare la realtà e guardarla in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più scomode. Abbracciando un’esplorazione fotografica più psicologica, trovo che sia inevitabile addentrarsi nel sottobosco emotivo umano. La difficoltà poi sta nel coglierlo nella sua vulnerabilità senza strumentalizzarne una spettacolarizzazione. Penso che partendo dallo stato psicologico dell’esistenza, si possano comprendere tante cose in maniera trasversale.

Ludovica De Santis, parli di solitudine esistenziale, visibile negli occhi vacui dei tuoi soggetti e dai personaggi radi da te catturati. In che modo riesci a renderlo così chiaro e leggibile a coloro che lo guardano?

«Non so se sia chiaro e leggibile agli occhi degli altri. Sicuramente però posso dire che sia molto sentito da parte mia. Forse perché vengo dalla provincia o forse perché ho una propensione a empatizzare con qualsiasi cosa sia “altro” da me. Qualsiasi sia la motivazione, sicuramente è una condizione mentale che ho esperito diverse volte nella vita e che sento molto connessa al mio vissuto personale».

Le hasard fait bien les choses: la fotogallery della mostra

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