Célébrations du 9ème anniversaire de la République populaire, Pékin, 1er octobre 1958. © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Una Leica sempre con sé per cogliere il momento decisivo ossia Henri Cartier-Bresson (1908-2004). Un viaggiatore infaticabile che ha attraversato il mondo per catturare società e culture diverse, restituite da fotografie eloquenti in bianco e nero. Maestro incontestato del fotogiornalismo, nel 1947 fonda con Robert Capa, George Rodger, David Seymour, Maria Eisner e William e Rita Vandivert, la Magnum Photos, nota cooperativa fotografica. Dotato di una capacità analitica e di un tempismo fuori dal comune, HCB (acronimo di Henri Cartier-Bresson), ci ha restituito istanti di vita unici e irripetibili dall’India di Gandhi alla Cuba di Fidel Castro, dalla Cina del Kuomintang alla Repubblica Popolare Cinese, dall’Unione Sovietica al Messico. Le sue foto, dirette e senza messa in scena, sono apparse su riviste illustrate come Life, Epoca, Paris Match e Queen. Saranno proprio queste ultime a pubblicare simultaneamente Chine 1958, il grande reportage di HCB sulla Cina comunista.
Tutto ha inizio però il 25 novembre 1948, quando il fotografo francese riceve un incarico dalla rivista Life per immortalare la Cina prima dell’arrivo delle truppe maoiste. HCB assiste così alla caduta del partito nazionalista Kuomintang, passa poi quattro mesi nella Shanghai comunista, per lasciare la Cina poco prima del primo ottobre del 1949, vale a dire il giorno della nascita della Repubblica Popolare Cinese, per ritornarci nel 1958. Questo periodo storico è presentato attraverso immagini e documenti vari, che vanno dalla corrispondenza familiare e professionale a riviste internazionali, nella mostra Henri Cartier-Bresson: Chine 1948-1949|1958, accolta fino al 2 febbraio presso la Fondazione Henri Cartier-Bresson a Parigi. Aperta nel 2003, la Fondazione si trasferisce due anni fa dal quartiere Montparnasse nel cuore del Marais, in un ex garage Renault, inaugurato con un’esposizione su Martine Franck, moglie del fotografo francese, a cui segue quella attuale, che proseguirà per Taiwan.
La mostra curata dallo storico Michel Frizot e da Ying-lung Su, nasce da uno studio approfondito di documenti conservati negli archivi della fondazione e dal libro Da una Cina all’altra (Robert Delpire Editore, 1954), che gode inoltre della prefazione di Jean-Paul Sartre. Lungo il percorso ritroviamo dunque la Shanghai del 23 dicembre 1948 con Gold Rush, uno scatto che coglie una zuffa di fronte a una banca per cambiare i soldi in oro, parte del reportage Gli Ultimi giorni del Kuomintang. Quest’ultimo si contrappone a quello sulle celebrazioni del 9° anniversario della Repubblica Popolare nella Pechino del primo ottobre del 1958.
A dieci anni di distanza HCB ritrae situazioni sociopolitiche diverse per mostrarci lo straordinario nella vita dell’uomo comune. Nei suoi reportage non fa un confronto tra culture diverse, ma si focalizza sui cambiamenti inerenti al paese stesso, vedi la Cina del 48 con quella del 58. Questo soggiorno costituisce un momento clou della sua carriera, durante il quale personalizza la sua pratica fotogiornalistica. “I cinesi sono abituati a essere ritratti in maniera diciamo degna, e non a essere colti di sorpresa“. Racconta HCB a Jean Bardin e a Bernard Hubrenne che lo intervistano in Henri Cartier-Bresson: L’Aventure Moderne nel 1962. Dietro la stazione Saint Lazare nella Parigi del 1932, un uomo salta su un terreno allagato senza toccare l’acqua. Questo è un grande esempio di foto di strada, dove l’imprevedibile viene congelato in uno scatto, clin d’œil inoltre al surrealismo. “Una frazione di secondo è il solo momento di creazione“. Diceva HCB. Non solo coincidenze, o l’intuizione che qualcosa sta per accadere. Gli studi di pittura, la passione per il disegno, al quale si è dedicato dagli anni ’70, si ritrovano nella qualità dell’inquadratura, in cui l’elemento umano si fonde tra forme e luce in una composizione equilibrata, in cui applica magistralmente la sezione aurea.
Ricordiamo che Cartier-Bresson amava Paolo Uccello, che il Vasari definisce nelle Vite come colui che “non ebbe altro diletto che d’investigare alcune cose di prospettiva difficili e impossibili“. La prospettiva dunque, che ritroviamo inoltre nel rigore geometrico della composizione dove le forme sono forse più importanti della luce stessa. Agosto 1958. In primo piano una giovane operaia suona un tamburo, capofila di una delegazione di lavoratori provenienti dal complesso petrolifero di Yumen in marcia verso il quartier generale amministrativo, per annunciare il nuovo record di produzione. Tanto per concludere con una delle fotografie più pubblicate del reportage Chine 1958, esposta in questa mostra da non perdere.
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