Categorie: Fotografia

La fotografia di moda come contraddizione. Scianna e Newton a Cuneo

di - 21 Dicembre 2025

Cos’hanno in comune il Filatoio di Caraglio e la Castiglia di Saluzzo, oltre alla provincia di Cuneo? Fino al primo marzo, ospitano la grande fotografia di moda: Helmut Newton. Intrecci e Ferdinando Scianna. La moda, la vita, ospitate rispettivamente nell’ex setificio e nella fortezza marchionale, entrambe realizzate da Fondazione Artea. Se una mostra di Newton sulla moda è ordinaria amministrazione, il binomio Scianna–moda è inaspettato. Tutto nacque nel 1987, quando lo contattò una giovane coppia di stilisti emergenti, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ammiratori del suo lavoro e del folklore siculo. All’epoca Scianna documentava miniere peruviane e, da adepto di Henri Cartier-Bresson – della cui agenzia Magnum fu il primo fotografo italiano – infrangere la legge «mai intervenire sulla realtà, il fotografo deve essere invisibile» pensava che l’avrebbe fatto «finire all’inferno». Ma, aggiunge sornione, «com’è noto l’inferno è molto più divertente del paradiso».

Ferdinando Scianna, Nico, Tom e Toby Foyle, Sean Moran, Patrick McNamara, David O’Neil, Connemara, Irlanda, 1993 © Ferdinando Scianna

Accettò a patto di evitare set e studi: con la modella olandese Marpessa vagò per la Sicilia, ritraendola nella quotidianità col suo occhio da reporter. Le diede una sola indicazione: mai mettersi in posa. Incalzato dal curatore della mostra Denis Curti, Scianna racconta che si presentò da Magnum portando sia il reportage peruviano che i servizi di moda, suscitando «un putiferio». «Reagirono in base a pregiudizi ideologici che erano anche i miei», ammette. Ma non solo fu ammesso, facendo pace con Cartier-Bresson; fu proprio grazie alla fotografia di moda che scoprì che «tante mie ideologie sulla fotografia non le credevo veramente».

Ferdinando Scianna, Monica Bellucci, Palermo, 1991 © Ferdinando Scianna

L’esperienza lo divertì così tanto che mantenne quel format per tutta la durata del suo flirt con la moda, durato meno di dieci anni. Questi bastarono però a creare un corpus notevole, in gran parte finora inedito, in cui si delineava la sua poetica del contrasto: non solo quello dei bianchi e neri, ma tra soggetto e contesto. Una donna in vestito bianco tra locali africani velati di nero, volti giovani e perfetti accanto ad anziani segnati dal tempo, corpi scultorei accanto a carcasse di bovini; o Monica Bellucci in un baracchino del polpo bollito alla Vucciria. Tali contrasti, tanto formali quanto narrativi, ritornano in pressoché ogni foto in mostra: la spontaneità e l’ironia con cui Scianna impiega il quotidiano per contrapporsi alla fotografia di moda classica lo rendono un Juergen Teller ante litteram.

Helmut Newton, Heather looking through a keyhole, Paris 1994 © Helmut Newton Foundabon

Secondo Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation e curatore di Intrecci, anche nelle foto di Newton «c’è sempre la contraddizione». Lo dice di fronte a un servizio per il brand Redwall realizzato in un grezzo garage, ed è difficile dargli torto. Ma, rispetto a Scianna, è lampante come i contrasti in Newton siano sporadici, freddi e calcolati, non ironici ma maliziosi. Non è una sorpresa: Newton è noto tanto per la meticolosa preparazione degli scatti quanto per la loro provocatorietà. Voyeurista autoproclamato, le sue opere più che attraenti sono accattivanti: l’unione di composizioni immacolate e volgarità garantisce di attrarre l’attenzione, esattamente ciò che la fotografia di moda necessita.

Helmut Newton, Lavazza Calendar 1994, Monaco 1993 © Helmut Newton Foundation

Naturalmente e notoriamente tale approccio non è apprezzato da tutti, e chi lo trova di cattivo gusto non cambierà idea con questa esposizione. Proprio come le immagini stesse, Intrecci è un curato e teatrale e concentrato di iconicità, eccesso, lusso e sesso: esattamente ciò che ci si aspetta da una mostra di Newton. A sorprendere è invece il contesto, il monumentale Filatoio di Caraglio: una fortezza che produsse la rinomata seta piemontese dal 1676 al 1930, i cui macchinari sono stati fedelmente ricostruiti, alcuni anche funzionanti. La mostra di Newton può essere un pretesto per visitare un luogo così eccezionale – anche se forse dovrebbe essere il contrario.

Helmut Newton. Nadja Auermann, Blumarine, Monaco 1993 © Helmut Newton Foundabon

Essendo non da meno la Castiglia di Saluzzo, residenza marchionale trecentesca e poi carcere fino al 1992, è chiaro come Fondazione Artea abbia voluto valorizzare il territorio cuneese attraverso due sue architetture d’eccezione e la grande fotografia. Ma l’operazione funziona anche a livello semantico: se per fotografi narrativi come Scianna è utile un filtro che ordini l’eloquenza del suo sguardo, per Newton il dialogo con un altro autore è essenziale per dare nuovo stimolo a immagini viste e riviste e per restituire profondità a fotografie così – seppur consapevolmente e sapientemente – superficiali.

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