Categorie: Fotografia

Mimmo e Francesco Jodice: il dialogo tra padre e figlio in Oltre il confine

di - 19 Marzo 2026

In tutte le case, anche in quelle più transitorie, c’è sempre una scatola nella quale si conservano alcune cose del passato. Quando si apre – cosa che può accadere molto raramente – si avverte uno spostamento di asse, il tempo diventa più sottile, si riscopre memoria che avevamo dimenticato di conservare ancora. Intorno a una di queste scatole si sviluppa il racconto di Oltre il confine, documentario di Matteo Parisini che mette in dialogo le immagini di Mimmo e Francesco Jodice e le loro vite intrecciate di padre e di figlio, di fotografo e di architetto, di artista e artista. Aprono la scatola, che in questo caso è un fascicolatore di “Foto private”, sparpagliando secondo un ordine casuale decine di immagini di vario formato su un tavolo di vetro. Alcune emergono, altre vanno sotto, ognuna carica di pesi specifici diversi, in questa sottile, anche tagliente stratificazione di impressioni spigolose. Il padre e il figlio le percorrono, nei loro occhi scintillano i momenti trascorsi, vissuti in modi diversi, ricordati da punti di vista alternativi, tra le dita che sfogliano si riattiva una memoria tattile. Le parole scorrono così.

Dopo l’anteprima dello scorso autunno alla Festa del Cinema di Roma, con la collaborazione del Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, il documentario scritto e diretto da Parisini e prodotto da Ladoc e Jump Cut, è stato proiettato al Mercadante di Napoli, in una serata partecipatissima e densa di emozioni, a cinque mesi dalla scomparsa di Mimmo Jodice.  «Ho sentito l’urgenza di esplorare un tema raramente affrontato con la dovuta profondità: il passaggio generazionale nell’arte», ha dichiarato Parisini, aggiungendo: «La fotografia diventa terreno di confronto tra due figure straordinarie della cultura italiana. Ciò che mi interessava raccontare non era soltanto la loro esperienza artistica, ma il rapporto umano che la sostiene e attraversa».

Ci sono allora le mani di Mimmo Jodice che entrano nella materia visiva, manipolando l’oggetto dell’immagine che affiora lentamente dal liquido di sviluppo. Fratturando la carta per aprire quella vertigine bianca che avrebbe segnato un passaggio decisivo tanto nella vicenda personale – dal reportage sociale, in cui si era formato, alla costruzione di un’immagine che sospendeva e trasfigurava il reale –, quanto nella considerazione dello statuto artistico del linguaggio fotografico. Accanto, quasi in controcampo, le grandi stampanti utilizzate da Francesco Jodice, i software di elaborazione grafica, i codici numerici che traducono e rielaborano il visibile, producendo immagini che mantengono un legame con il reale ma ne mettono in discussione la stabilità, per restituirne una dimensione più ambigua, talvolta perturbante.

È in questa distanza tecnica, generazionale ed epistemologica, che il film trova il suo asse. Il passaggio di conoscenze genera un campo di tensione in cui due visioni del mondo si avvicinano e si sovrappongono senza annullarsi. Da un lato, lo sguardo di Mimmo, radicato a Napoli e nelle periferie del mondo e progressivamente orientato verso una dimensione metafisica dell’immagine. Dall’altro, quello di Francesco, che si muove tra geopolitica, trasformazioni urbane e culture globali, interrogando il paesaggio su scala estesa.

Parisini lascia che questo dialogo si costruisca senza forzature, evitando la didascalia, senza interferenze, focalizzandosi solo sulle due voci. Eppure la dimensione affettiva rimane trattenuta, quasi laterale: emerge nei silenzi, nelle pause, nelle inclinazioni di certe parole. Seduti attorno a un tavolo, padre e figlio attraversano le proprie immagini come si attraversa un tempo lungo, fatto di scarti, ritorni, sovrapposizioni. Le biografie, il ricordo di alcuni piccoli episodi quotidiani, aprono una riflessione sul modo in cui la fotografia, in oltre 60 anni di attività incessante, ha progressivamente ridefinito il proprio rapporto con il reale.

Il film costruisce così un doppio ritratto che si estende dal privato al collettivo. Le immagini personali e le opere pubbliche si intrecciano in un unico archivio, suggerendo che ogni pratica artistica è sempre anche una forma di posizionamento individuale nel mondo. Oltre il confine c’è allora una soglia più sottile, che riguarda il rapporto trasformativo tra vita e immagine, tra esperienza e rappresentazione. È lì che il film si colloca, lasciando emergere la prossimità di due pratiche distinte e accomunate da una stessa, misteriosa esigenza.

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