self portrait, (Berlino 2014) _ 35mm Courtesy Podbielsky Contemporary Milano
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica “OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche” vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Giulia Agostini.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Inizialmente il mio corpo, poi quello delle persone attorno a me, quello che incontro in nuove strade e quello che vedo e rivedo tutti i giorni».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«È un mega viaggio nostalgico dove ti puoi riconoscere. Dove puoi proiettare, inventarti, attraverso oggetti spazi luci persone che senti che hanno a che fare con te in quel momento. Da quando ho iniziato a fotografare ad oggi (più di 10 anni) il mio approccio alla fotografia è rimasto piuttosto fedele agli esordi, ovvero diretto e impulsivo, io però credo di essermi persa e ritrovata mille volte».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«L’apparenza sociale conta e anche quella pubblica in particolare se ti piace prendere una posizione rispetto a fatti e tematiche sociali che riguardano l’attualità ed il quotidiano. Contano nel senso che credo sia importante farlo. Chi sui social chi in dibattiti chi entrambi o comunque quando si crea lo spazio per farlo, si fa. Se si parla di apparenza sociale intesa come apparire della propria immagine direi che mi piace vestirmi e truccarmi ma alcune serate sono fatte proprio per stare a casa e non pensare proprio all’apparenza sociale e pubblica».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«A volte credo di essere ancora ferma alle domande di quando ero bambina. Mi viene in mente il monologo iniziale del “Cielo sopra Berlino” di Wenders del bambino quando era bambino, era l’epoca di queste domande: “Perchè io sono io, e perchè non sei tu? Perchè sono quì e non sono lì? La vita sotto il sole, è forse solo un sogno?…”».
ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Si!».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Una investigatrice privata negli anni 90′. Guido una Ford Scorpio».
Giulia Agostini vive tra Milano e Padova. Inizia fotografando se stessa, passando poi ad altri soggetti e alle cose che la circondano. Collabora con riviste, teatri e gallerie. Agostini lavora in analogico, in particolare con il formato 35mm su pellicola colore e biano e nero.
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