Categorie: Fotografia

Other Identity #186, altre forme di identità culturali e pubbliche: Andrea Coletto

di - 4 Gennaio 2026

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Andrea Coletto.

Andrea Coletto, RITRATTO

OTHER IDENTITY: Andrea Coletto

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Per me l’arte, o quantomeno quella di cui mi interesso, ha la possibilità di invitare l’osservatore a riflettere e di stimolarlo a discutere su temi sociali, culturali e politici, oltre che sulla natura umana. Di conseguenza per me è arte anche la moda che segue questi canoni, quella che si scosta da determinate logiche di produzione atte a creare solamente effimeri beni di consumo e si materializza in capi magari non necessariamente indossabili nella vita di tutti i giorni, ma che non hanno nulla da invidiare alle più rinomate opere di arte concettuale in termini di valore e di carico comunicativo».

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Assolutamente performativa ed in divenire. In vari momenti della mia vita mi sono ritrovato come chiunque a performare ruoli o personalità solamente per passare inosservato o per essere accettato da un gruppo. In quel ballo in maschera che sono la società e la socialità fatte di standard, formule, rituali e convenevoli penso che la performatività invada e riguardi ogni aspetto della nostra vita, compreso il guardaroba. Il mio operato gioca nello specifico con la performatività di genere, intendendo quest’ultimo come un copione teatrale, e tenta di annullare le correlazioni e gli stereotipi che vedono determinati abiti come appartenenti esclusivamente all’armadio maschile o femminile, nella speranza di offrire a chiunque vesta i miei capi l’occasione di una libera espressione del sé più intimo oltre ogni pregiudizio di un eventuale osservatore».

Andrea Coletto, Masquerade, 2024, fotografia digitale di Linda La Cayenne

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«Personalmente non molto. Professionalmente, parlando di moda dunque, sono convinto di come quello che scegliamo di indossare e come decidiamo di addobbare il nostro corpo costituisca un’occasione dal grande potenziale comunicativo. Ritengo la moda un linguaggio avvantaggiato rispetto ad altre arti in quanto più fruibile perché indossabile. Offre l’opportunità a ciascuno di noi di diventare quasi dei perpetui artisti performativi portavoce di ideali e concetti, piedistalli ambulanti per opere d’arte, rendendo così le strade una galleria di stili ed un luogo che favorisce lo scambio di idee».

Andrea Coletto, Masquerade, 2024, fotografia digitale di Linda La Cayenne

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Mi identifico con ciò che faccio. Il mio operato gioca con le logiche del postmoderno, sfruttandole ma al contempo deridendole. Attingo dal passato per timore che non siano state esplorate a pieno le potenzialità di alcuni linguaggi di abbigliamento a causa della volontà di innovazione e dei ritmi sempre più serrati dell’industria moda. Tuttavia in questo processo accade per forza dell’innovazione. Esplorando i significati di questi linguaggi si evita che vengano dimenticati, perdendo patrimonio storico umano, e vi si trovano nuove chiavi di lettura».

Andrea Coletto, Masquerade, 2024, fotografia digitale di Linda La Cayenne

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Molto umilmente sì. Per me l’arte è una necessità espressiva dal potere esorcizzante. Ho sempre avuto un animo dedito all’attivismo, avendo a cuore varie tematiche sociali in particolar modo relative all’ambientalismo, alla sfera del genere ed alla comunità LGBTQIA+. Allo stesso tempo sono sempre stato sin da piccolo l’elemento di disturbo nella stanza, la pecora nera, lo strano, soprattutto a causa dei miei gusti eccentrici nell’abbigliamento. L’arte per me è dunque uno strumento di sfogo dove attivismo ed espressione creativa convivono. Poco cambia il linguaggio espressivo: nel privato dipingo, scrivo, e potrei svegliarmi un giorno decidendo di diventare architetto o musicista, ma continuerei a portare avanti lo stesso immaginario che esprimo ora nella moda, semplicemente adattandolo allo strumento scelto».

Andrea Coletto, Masquerade, 2024, fotografia digitale di Linda La Cayenne

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Se non mi dedicassi all’arte, mi dedicherei a tempo pieno all’attivismo per le cause appena menzionate».

Biografia

Andrea Coletto è un giovane fashion designer emergente laureato da poco all’Università Iuav di Venezia. Il suo immaginario vaga tra epoche e riferimenti che attingono dal costume storico alle subculture Punk e Goth, dall’abbigliamento Fetish a quello anni ’70 e ’80, combinandoli a piacimento ed offrendo intricate soluzioni di moda genderless utilizzando materiali deadstock o tramite upcycling. Il suo operato interpreta il genere come un copione teatrale.

Andrea Coletto, Masquerade, 2024, fotografia digitale di Linda La Cayenne

A metà tra il costume di scena ed i quotidiani atti di self-fashioning con cui ognuno di noi tenta di nascondere o rivelare determinati aspetti della propria persona, i suoi capi diventano uno strumento per la libera espressione del proprio io interiore, annullando le rigide associazioni che solitamente vedono determinati abiti come ad utilizzo esclusivo di un singolo genere.

Articoli recenti

  • Arte contemporanea

Ecco i capolavori che con il 2026 sono entrati a far parte del dominio pubblico

Uno dei dipinti di Mondrian più famoso di sempre, un film che ha segnato lo sviluppo del Surrealismo e molto…

5 Gennaio 2026 18:30
  • Mostre

Lygia Clark. Il corpo come luogo dell’arte

Fino all’8 marzo 2026, una retrospettiva alla Kunsthaus di Zurigo ricostruisce il percorso dell’artista brasiliana e mostra come la sua ricerca abbia…

5 Gennaio 2026 16:00
  • Arte contemporanea

Nel 2026 a Pechino aprirà una grande mostra di John Baldessari

La prima mostra istituzionale di John Baldessari in Cina, all'UCCA di Pechino, attraverserà 50 anni di ricerca del maestro dell’arte…

5 Gennaio 2026 15:30
  • Mercato

Il mercato guarda a Est: tre artisti contemporanei da seguire subito

Dal mercato asiatico alle principali fiere internazionali, ecco Tetsuya Ishida, Justin Caguiat e Yukimasa Ida, tre nomi che stanno conquistando…

5 Gennaio 2026 14:23
  • Arte contemporanea

A New York l’arte è Black: le mostre e i progetti in città, dal Guggenheim ad Harlem

La mostra di Rashid Johnson al Guggenheim Museum guida il nuovo rinascimento della creatività Black a New York: una panoramica…

5 Gennaio 2026 13:30
  • Teatro

In Scena: gli spettacoli e i festival da non perdere, in queste prime settimane di gennaio

Una selezione degli spettacoli e dei festival più interessanti, in programma fino alla metà di gennaio, in scena nei teatri…

5 Gennaio 2026 12:30