Categorie: Fotografia

Scorci di Cina a Prato: le fotografie di Jacopo Valentini per Camera Work

di - 17 Febbraio 2020

Il racconto di una intima collisione, di una secolare penetrazione di storia e sentimento, quello di Jacopo Valentini: l’artista modenese, classe 1990, ha vinto il concorso Camera Work con il progetto UnicaCina e ne espone il risultato fotografico con la mostra personale a Palazzo Rasponi 2, Ravenna, dal 15 febbraio al 1 marzo.

Il concorso

Non poteva meglio anticipare e accompagnare l’intensa stagione fotografica indetta dalla regione emiliana la sequenza di mostre, sotto la curatela di Silvia Camporesi: seguiranno a esporre gli altri due vincitori, Giulia Parlato ed Elena Helfrecht, in modo da creare uno stimolante percorso nel tempo e nello spazio, nel ricordo di un passato vissuto e nell’incombenza di un presente agognato, proprio come richiedeva il bando, intitolato Cronos – una questione di tempo / A matter of Time, indetto dall’assessorato delle politiche giovanili.

Il progetto e la storia: UnicaCina di Jacopo Valentini

La storia di un radicato intreccio tra due civiltà, quella toscana e cinese, che ha la sua origine in un tempo lontano, quando erano fervidi gli scambi commerciali di Pisa, Repubblica marinara, come di Firenze e Lucca, per mercanzie, spezie e tessuti, con l’Oriente, colmo di ricchezze e mistero. Un tempo che sogniamo, di cui immaginiamo solo i confini, le atmosfere ricche di fascino, le infinite distanze, i pericoli incombenti. Eppure, dietro a questo sogno è nata una realtà – ricordiamo che l’enorme stanziamento della comunità cinese a partire dagli anni ‘80 per l’intensa attività dell’industria tessile l’ha resa la terza più popolosa in Europa, dopo Londra e Parigi – radicandosi con una certa velocità e trovando in Prato il più fertile dei terreni per un unione del tutto peculiare.

Questa la sensazione che provoca l’addentrarsi nella comprensione delle fotografie di Jacopo Valentini, un’immersione nel tempo con il filtro – e l’unione – del pensiero storicizzante dell’osservatore e della camera ottica sul contemporaneo del fotografo. Gli scatti, luminosi ritagli di spazio e luce, raccontano una città, Prato, con un occhio pregno di poesia e attentissimo ai dettagli: si sofferma su particolari che ai più lasciano indifferenti, dandogli consistenza, vita, amore. Ma anche spessore e storia. Ogni oggetto si riempie di significato tracciando le linee di un rapporto secolare di lavoro, integrazione, colore, gusto, tra una comunità cinese indaffarata e volenterosa, e una popolazione toscana ricca di orgoglio e tradizione.

La mostra di Jacopo Valentini a Ravenna

Ritagli di luoghi, rivelazioni di momenti, scorci di paesaggi, angoli di sentimento, che, così esposti, in una sequenza elegantemente ragionata e in un ensamble di infinita delicatezza creano il mezzo perfetto affinché la menta possa, con lo strumento visivo ed intellettuale, ricostruire la storia di una città, data dall’intreccio di due comunità che ora, più che mai, è Unica.

Il cogliere l’attimo di Jacopo Valentini ferma lo scorrere del tempo, giustamente in linea con le intenzioni del bando e lo porta a creare una serie di scatti su elementi della quotidianità pratese a cui l’occhio del cittadino, seppur ne sia abituato, rimane stupito. L’artista riesce a dargli un’anima, uno spessore, attraverso uno sguardo elegantemente calibrato che fa rivelare ciò che c’è di inaspettato ed originale nel semplice soggetto. In questo modo, le Antiche Mura cittadine, vanto di Prato, vengono descritte con un occhio da rovinista, negli angoli in cui la loro possanza viene coperta dalla selvaggia naturalezza della vegetazione, dove i mattoni cedono. Le pareti esterne di un Fabbricato Tessile, il loro bianco intonaco scrostato, i filatoi all’interno come solitarie macchine da lavoro sono chiari simboli della trascuratezza, della monotonia del meccanismo di fabbrica. Le sedie di pelle coperte da cuscini logori della Scuola Cinese, disposte in fila, dietro la cartina dell’Italia, mostrano la volontà evolutiva di un popolo anche nel loro strato sociale più basso.

Ma lo scopo di Valentini non è mai polemico: lui vede, osserva, ritaglia la realtà e la ripresenta ai nostri occhi composta secondo i suoi schemi. Segue l’immagine dell’Archivio di Casa Datini, in cui antichi libri di conti raccontano un’impresa: un monocromo dai toni ocra, caldi, che ci riporta nel passato, così come gli Affreschi di Filippo Lippi del Duomo dove ritroviamo la Bibbia narrata dagli occhi di un rinascimentale: Salomé danza con elegante leggiadria nel Banchetto di Erode e Giovanni Battista viene decollato di fronte a diversi personaggi, tra cui due piccoli orientali. E il cibo, sempre presente nell’opera di Valentini, è qui un elemento che fa da trade-union tra civiltà, nelle meravigliosamente minimali Nature Morte il cui l’essenziale è eterno protagonista: l’Anatra Laccata e la Pesca di Prato, il Dragon Fruit e gli Scampi, in chiaro contrasto, cromatico e di gusto, con nuances saturate ed eccentriche su uno sfondo marmoreo, sono tutte variazioni sul tema della commistione di odori, sapori e colori di due mondi vicini e contrapposti. Non manca il tema della Religione nella sacralità del Tempio Buddista, con arredi kitsch e sgargianti: il racconto della Cina in Italia.

L’interpretazione di Jacopo Valentini, nel progetto espositivo di Ravenna, ha un’andatura fluida ed elegante, ci accompagna perfettamente nella comprensione di un mondo, senza dover mettere in scena l’umanità: la grande assente è la persona, la figura, l’ombra. Eppure, stranamente, non ne sentiamo la mancanza, poiché sappiamo e sentiamo che la sua presenza è forte e costante, si cela dietro ogni oggetto: è lì, inconsapevole creatrice di tutto.

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