Non è chiaro, e non è neanche importante, se l’Arbre de la Lune, la pianta palustre che Gian Carlo Venuto avrebbe visto fiorire, in Senegal, una notte di una decina d’anni fa, esista realmente o meno. Potrebbe anche trattarsi solo di una lontana suggestione onirica, capace però di far emergere prepotentemente, nell’animo dell’artista, il desiderio di esplorare questa forma conica, arcaica, femminea.
Sono decine gli Arbres de la Lune realizzati da Venuto ed esposti in galleria. Accomunati fra loro dalla medesima forma e dalla materia utilizzata per plasmarli, la terracotta, differiscono gli uni dagli altri per dimensione, cromia, particolari. Rivelano come l’artista senta la necessità di lavorare con le mani, di afferrare, plasmare e ammorbidire la materia quando ancora è ruvida, sabbiosa, informe. Introducendovi anche piccole contaminazioni, spesso pezzi di legno, che modificano la primordiale forma conica. Ogni Arbre de la Lune, mediante questi fondamentali interventi, si tramuta in qualcos’altro. Divenendo magari un’entità ibrida, non vegetale e non animale, ma ugualmente organismo vivente.
In molte di queste opere l’artista ha scelto di non modificare il naturale colore, caldo e opaco, della terracotta. Quando, invece, l’intervento pittorico è presente il colore spesso cola, s’impasta alla materia sottostante, si sporca. O, ancora, è lucido, prezioso, applicato su una superficie non rugosa ma completamente liscia, priva d’imperfezioni.
L’argilla una volta modellata e seccata deve essere cotta ad altissime temperature. Ed è proprio durante questa fase del processo di lavorazione, nella quale possono verificarsi delle trasformazioni della materia non controllabili dall’artista, che l’opera diviene autonoma rispetto al suo esecutore.
Gli Arbre de la Lune di Venuto potrebbero sembrare opere rassicuranti, incapaci di respingere chi le osserva.
elena londero
mostra vista il 28 novembre 2002
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