Lasciò ben presto anche gli Stati Uniti, per trasferirsi nella terra che amerà di più, il Messico. Qui si impegnerà a fondo nell’attività politica, per la quale abbandonerà in seguito la fotografia, dopo aver vissuto a Berlino, Parigi e Mosca, con l’accusa di complotto, ma impegnata nel Soccorso Rosso.
Nel 1936 si unì alle brigate internazionali nella guerra civile spagnola, e tre anni dopo ritornò nell’amato Messico, dove morì per infarto nel 1942.
Non si riescono a comprendere veramente le fotografie di Tina Modotti, esposte nella mostra a lei dedicata a Trieste, al Teatro Miela, se non si conosce la vita incredibile di questa donna, legata indissolubilmente alla sua arte. Vita ruotata attorno a tre uomini principali: il poeta e pittore Roubaix de l’Abre Richey, il fotografo Edward Weston, e l’intellettuale Antonio Vidali, ma la passione per la fotografia e per la politica sono stati i fondamenti della sua esistenza.
I tratti dolci del viso di Tina Modotti contrastavano con il temperamento forte e combattivo, ma era soprattutto una donna di una provocante bellezza, che seppe sfruttare nel cinema e nella fotografia.
Uno dei pochi timori che aveva era di essere considerata un’artista, perché l’arte, a detta sua, è spesso una manipolazione del vero, mentre lei, semplicemente, fotografava la realtà.
In effetti usava la macchina fotografica come uno strumento per catturare le emozioni della gente; dosando sapientemente il chiaroscuro riusciva a rendere “vivi ” anche i particolari inanimati come i fili elettrici, i gradini di uno stadio, o dei bicchieri in fila, riuscendo a trasformare quasi in un dipinto le fotografie di piante e fiori; tuttavia la sperimentazione si fonde con la realtà quotidiana, genuina, con le immagini della gente comune, delle loro facce, mani od oggetti.
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