Può un’opera d’arte chiederci del tempo? Può pregarci di non mortificare con i nostri sensi le instancabili ricerche dell’artista, ma invitarci ad apprezzare quegli attimi di pazienza nei quali possiamo stringere con lei un l
Ecco la sollecitazione per chi entra alla Galleria Artestudio Clocchiatti. Scegliere di varcare una soglia e trovarsi di fronte alla sua stessa concretizzazione: Soglia, appunto, il titolo di una delle sculture esposte di Alessandra Bonoli (Faenza, 1956). Artista che opera attraverso simboli universali, nel tempo e nello spazio, e si sporca le mani con materie forti come il cemento o il ferro. Sostanze moderne che si piegano a forme ataviche nelle quali è riassunta l’esistenza precaria di ogni uomo, determinata da continue scelte, come un’evoluzione, come un percorso di passaggi dolorosi o felici. Una verticalità energetica, dove il dramma tra masse plastiche si fa leggerezza -soprattutto se accompagnato da colori evocativi come il blu o il verde- verso l’infinito, verso un ritorno all’origine che spazi aperti renderebbero più vigoroso e suggestivo.
L’emozione davanti ad una tela può giungere anche da un atto insistito dell’occhio che si abbandona ad un continuato flusso di minutissimi lampi di luce dati dal pennello di Manlio Onorato (Castel del Monte,
Un’intensa riflessione intellettuale sottende, infine, la produzione di Domenico D’Oora (Londra, 1953): un’azione ciclopica tutta risolta sulla superficie pittorica dove il colore, vivido e consistente e trattato con spatole, presenta situazioni sfuggenti, allusioni ad una profondità, ad un’ulteriore dimensione conosciuta dall’artista, ma celata con timore reverenziale ad un fagocitante e disinvolto fruitore.
giorgia gemo
mostra visitata il 22 febbraio 2003
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