Foto di Andrea Avezzù, Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia
In questi giorni, il Portego di Ca’ Giustinian permette di fare un tuffo nel passato: un salto nel tempo di cinquant’anni che ci riporta alla Biennale Arte del 1976. È la Biennale di Germano Celant, dei cavalli di Kounellis riproposti nel Padiglione Centrale, degli interventi di Merz e di Beuys e delle costruzioni in legno, acciaio e vetro di Acconci, Nauman e Palermo.
Ma è anche, questa, la Biennale di un progetto espositivo più raccolto ma che ha segnato una tappa focale nella genealogia istituzionale della fotografia in Italia. Sì tratta della mostra Man Ray. Testimonianza attraverso la fotografia, curata da Janus e presentata sull’Isola di San Giorgio Maggiore.
Ora, a distanza di cinquant’anni, la mostra Man Ray, l’immagine ritrovata, allestita presso il Portego di Ca’ Giustinian, recupera il progetto espositivo del 1976, configurandosi come una sorta di vera e propria operazione di archeologia curatoriale: una mostra che prende come oggetto un’altra mostra, e che lavora esplicitamente sul tema della trasmissione e della memoria nell’ambito della storia espositiva.
Il nucleo della mostra è costituito dalle 160 fotografie donate da Man Ray alla Biennale nello stesso 1976: una selezione eterogenea di stampe, negativi originali da lui realizzati, ma anche riproduzioni fotografiche, immagini tratte da libri, cataloghi e altre pubblicazioni. Si tratta perciò di un archivio di immagini che già nel 1976 metteva in crisi la distinzione tra originale e copia, tra fotografia come medium e fotografia come strumento di riproduzione. Tra queste, anche alcune delle immagini più iconiche di Man Ray —come l’Occhio con lacrima del 1933– e tutta una serie di ritratti di alcuni degli artisti e delle personalità del tempo, come Duchamp, Picabia, Dora Maar, James Joyce e la marchesa Casati —rappresentata in piedi, avvolta in un lungo abito nero.
Il percorso espositivo si arricchisce di materiali provenienti dall’Archivio Storico della Biennale quali documenti e cataloghi che inseriscono le preziose fotografie di Man Ray in una cornice più ampia, andando a ricostruire quella che è stata una Biennale che senza dubbio ha segnato la storia.
Particolarmente significativa, in questo senso, è la ripubblicazione del catalogo storico Man Ray. L’immagine fotografica (1977), che verrà presentata in occasione del workshop. Il catalogo non è trattato come semplice apparato secondario, ma come estensione dell’opera e della mostra stessa: un dispositivo teorico che contribuisce a costruire l’immagine pubblica e critica di Man Ray. La presenza, al suo interno, di testi di Tzara, Breton e Duchamp rende evidente come la fotografia venga inscritta fin da subito in una costellazione discorsiva che supera il medium e investe direttamente le avanguardie.
Più che “ritrovare” l’immagine di Man Ray, dunque, la mostra sembra mettere in scena la sua continua riscrittura. In questo senso, Man Ray, l’immagine ritrovata funziona come una mostra sull’archivio prima ancora che sul maestro del Surrealismo: un esercizio di memoria critica che interroga il modo in cui la fotografia, da strumento sperimentale delle avanguardie, è diventata una tecnologia fondamentale della storia dell’arte stessa.
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