C’è un’India nascosta, segreta, distante tanto dagli stereotipi dell’esotismo quanto dalla gracchiante mitologia del viaggio alla riscoperta di sé stessi. È l’India di Brigitte Brand (Rastatt, Germania, 1955), terra di rovine e templi dalla sacralità grandiosa ma silente, che porta i segni della storia, ma resta misteriosamente non toccata dalla presenza umana.
Un luogo intimo, più evocato e suggerito nelle atmosfere che raccontato nei dettagli. Ed è proprio questa densa levità a caricare di un asciutto misticismo il suo diario visivo, costituito da appunti di viaggio, schizzi, descrizioni geografiche fatte su quaderni da disegno, senza il compiacimento del viaggiatore che visita terre lontane. C’è la presenza invisibile dell’uomo resa manifesta dalle architetture magniloquenti, talvolta così teatrale nei giochi di luce da sembrare un’illusione barocca, in realtà unico segno tangibile di sedimentazione antropica. Colpisce la nudità dei luoghi, ritratti senza la massa brulicante che li abita: per sintesi le persone sono diventate esse stesse la grandiosa architettura storica che hanno prodotto. O probabilmente la loro presenza nell’oggi è quella testimoniata dai giornali locali incollati sulle grandi tele su cui la Brand ha disegnato quei luoghi, a creare una superficie segnica di notizie, foto, scrittura (in inglese e nei numerosi dialetti indi). Una fitta texture che diventa il “mezzo di superamento dell’immagine concreta” e che confonde piacevolmente l’osservatore, che si avvicina alla superficie per cogliere il dettaglio, ma è costretto ad indietreggiare per rendere il particolare intelligibile.
E questo andirivieni logico-spaziale è di natura anche emotiva poiché le forme, abilmente sintetizzate con tratti accostati di pastelli, carboncino e tempera, svelano senza mai mostrare fino in fondo, quasi trattenendo con pudicizia l’aura di quelle località, come nel caso del Tempio Menakshi di Madurai. Talvolta invece il punto di vista sottolinea una visione grandangolare, a privilegiare l’aspetto plastico-volumetrico (come le vestigia del pozzo Baoli a Patan o la vista dall’alto del Rock di Trichy) con un taglio che si direbbe fotografico nell’analisi spaziale, ma che risulta decisamente “panico” nei risultati. Effetto complessivo di una pittura sorprendente.
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Un approfondimento critico di Giuliana Carbi per Trieste Contemporanea (in inglese)
daniele capra
mostra visitata il 25 maggio 2006
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