L’unico limite posto agli autori è stato quello delle dimensioni delle opere: 15 cm di base per 20 d’altezza. Per il resto non vi sono state restrizioni né tecniche né formali. Sicché in galleria, presentate su di una lunga e fitta linea, ci sono circa centosettanta opere che hanno in comune l’enigmatico tema dell’autoritratto, ovvero dell’immagine di sé che un artista produce. E che, ovviamente, non è necessariamente corretta o realistica.
È un fatto che, allo specchio o attraverso una fotografia, sia possibile procedere a un’operazione di ricalco dei propri tratti. Più difficile, invece, risulta definire e ancor più riformulare la propria dimensione psicologica.
In luogo di una mostra che avrebbe anche potuto essere autocelebrativa – sorta di ricerca dell’immortalità attraverso l’arte – si presenta invece una collezione in cui le classiche pose dell’autoritratto sono pressoché inesistenti e in cui anche le auto-certificazioni di una determinata identità spirituale sono rare.
È questa, se mai, una raccolta nella quale l’esistenza degli artisti appare alquanto precaria, in cui lo sfondo è sempre soffocato e il corpo è spesso fotografato senza concedergli alcun abbellimento o offuscato da grafismi. Fatto sta che, né in un modo né nell’altro, questi volti ne escono alleggeriti. Le idealizzazioni che alcuni artisti (come Fasoli, Ghirardello o Sofianopulo) armonizzano in modo differente, sono un’eccezione. Al contrario la gran parte degli autoritratti è ironica, disincantata. Si tratta spesso di illustrazioni, fumetti, di collages di volti e oggetti, di postelaborazioni in cui gli spessori dell’esistenza appaiono amaramente o follemente fragili e si definiscono in una riscrittura continua, disillusa anche quando sorridente. Gli attributi, quando e se ci sono, non conferiscono nessuna solennità, nessuna nobiltà.
È una mostra ricca di spunti, che richiede pazienza e tempo perché il numero delle opere è elevato e il loro carattere è eterogeneo. Non proprio tutto è all’altezza del tema, ma la forza dell’operazione sta proprio nel senso di pluralità anticonformista che questo happening, organizzato da Piermario Ciani e i suoi collaboratori, riesce a trasmettere.
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giulio aricò
mostra vista il 20 maggio 2004
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