La personale di Anny Wernert è il primo di due importanti eventi che la riguardano: nel mese di dicembre a New York terrà un’esposizione alla Caelum Gallery. A Milano, l’artista presenta i suoi nuovi dipinti, uno spaccato del cospicuo lavoro degli ultimi anni, opere prodotte a ritmo incalzante, in cui si avverte il bisogno incessante, e quasi ossessivo, di esprimere colore, luce e materia.
I lavori esposti sono pensati e articolati per cicli tematici: la meraviglia di fronte alla purezza di una natura primordiale, i ghiacciai dell’Alaska, l’estate nelle foreste del Canada, le pioggie a primavera e un costante bisogno di restituire in immagini il linguaggio della musica.
Il fulcro del suo recente lavoro è infatti certamente rappresentato dalle opere che l’artista dedica al jazz e ai suoi maestri. Sono omaggi ai grandi protagonisti di questo genere musicale, Duke Ellington e Erroll Garner, Lionel Hampton e Dave Brubeck, Charlie Parker, Miles Davis e Louis Armstrong.
Una delle ultime tele della Wernert, “Hearning violoncello – 1999“, dedicata al suono profondo e denso del violoncello del Concerto n° 1 per violoncello di Camille Saint-Saëns, ci restituisce il senso di fisicità impalpabile e irripetibile dato dalla particolare, ma non insolita, relazione tra musica e pittura. Per una musica che aiuta a vivere, a ritrovare l’equilibrio e l’armonia, la pittrice prova un senso di appartenenza, di riconoscenza e – soprattutto – il desiderio di osare ancora, di forzare il quotidiano, di andare al di là.
Si direbbe che Anny consideri questi suoi dipinti tutti insieme, come un’unica opera, o come un’armonia in continua evoluzione; quello che attualmente l’artista sta sperimentando è un processo di semplificazione del linguaggio e di rarefazione dell’immagine o – come lei stessa afferma – “una sorta di presa di coscienza della propria libertà che le ha fatto abbandonare la necessità di rappresentare la realtà”.
Lo spazio pittorico di cui la Wernert si fa interprete è dunque intriso degli elementi più caratteristici della natura – le piogge, il ghiaccio, gli alberi – ma lo è secondo un’idea che si esprime in forme astratte, per sfumature, tocchi leggeri oppure nell’alternarsi di pieno e di vuoto, o di contrasti tra zone liquide, leggere, quasi trasparenti, e zone materiche, più spesse.
La pittrice predilige la tecnica ad olio perché prova una particolare attrazione per la materia pittorica.
Del colore ama la sensualità quando esce dal tubo, la delicatezza e la forza quando si posa sulla tela, il calore, la brillantezza e il suono quando, appunto, diventa linguaggio musicale.
In effetti Anny Wernert costruisce la sua opera su quanto di più astratto, di più lirico, ma anche di più fisico esiste: il colore, la musica, e il loro magico incontro; lo fa riuscendo a calibrare, con raffinatezza ed eleganza, il piacere che da la stesura della materia cromatica con il gusto che si percepisce ascoltando un brano di Erik Satie….
Tullio Pacifici
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