L’architettura influenza in modo significativo l’andamento dell’arte di Gorgone. Ciò che a prima vista può sembrare libero e casuale ad un’analisi attenta della tela rivela la presenza-ripetizione di uno schema lineare. Un sostrato con funzione di equilibrio, linee di colore marcate, spartiacque dello spazio pittorico o, più semplicemente, il tentativo di ri-ordinare la materia esterna a misura del proprio stato d’animo. Il piano visivo, simile ad un puzzle, alterna zone di colore a geometria curva con parti lavorate. L’intento è quello di riflettere e far muovere la luce.
Gorgone usa colori differenti ma la traccia è identica, ripetitiva, silenziosa. La linea pittorica fa eco a se stessa, immagine dell’immagine, parola senza voce: seduce ma non conquista.
Nei suoi lavori, è ricorrente il concetto di riflessione e rispecchiamento. L’artista si autoimmerge nella propria immagine, nei colori vede il movimento dell’acqua, lo specchio del soggetto che guarda la natura per ricrearla. Una ri-creazione che è imitazione del fuori reale da un lato e tentativo di astrazione fantastica dall’altro.
Più che di astrazione sarebbe forse meglio parlare di aggiunta. L’elemento geometrico-lineare congiunge, sovrappone, la tela. L’insieme visivo raccoglie colori luminosi che restituiscono, simpliciter, la percezione idialliaca di un’atmosfera naturale.
Il linguaggio espressivo è simbolo di un disegno che – secondo un noto prodigio della ripetizione – ritorna sempre uguale a sé stesso pur apparendo diverso: l’io riproduce sè, si autoriprodice, nella linea pittorica.
Tema ispiratore della poetica del pittore il giardino nel pieno del suo rigoglio, una natura calma e positiva, oppure l’immagine del chiostro come luogo privilegiato, in cui l’io fluttua nella meditazione del sè-stesso, habitat di introspezione e pausa di riflessione.
E’ costante il riferimento alla mitologia greca: il mito della luce, Eco e Narciso, Giardino di Cosmo e Caos. In Specchi di Narciso (1999) – installation-design – c’è una particolare lavorazione del colore ad olio su foglia d’oro stilizzata (tentativo piuttosto esplicito di evocare Matisse) e l’immersione della materia-colorata nella trasparenza tridimesionale di un vetro di Murano.
Tullio Pacifici
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