“A casa giungevano le storie del Cebollero, guappo a cavallo, che un giorno quasi devastò la taverna dei miei nonni a scudisciate; ricordo la rissa nella quale mio padre un pomeriggio lo tirò giù da cavallo, e nella lotta comparvero lucenti coltelli come biglietti da visita (…)”. Inizia così il racconto biografico di Julio Paz come qualsiasi storia sudamericana che si rispetti, avventurosa ed emblematica, in assoluto, della condizione umana, intrisa di vicende simboliche e di trovate paradossali e amaramente ironiche.
Quaranta opere tra dipinti, acqueforti, composizioni descrivono il lavoro recente di un artista dai percorsi singolarissimi, e dalla capacità di trovare, all’interno dell’arte contemporanea, generalmente episodica e rapidissima a bruciare stimoli e nuove formule, una misura personale paziente, fatta di ricerche meticolose e inusualmente approfondite.
Il gusto della narrazione sembra essere il carattere distintivo di queste opere pittoriche, la poesia della vita precaria e delle immagini oniriche, un modo ricorrente e insistito di leggere il reale, di dispiegarlo anziché di interpretarlo. Sono immagini di grande leggerezza e senso del mistico, pur essendo costantemente accese di colori e di espressioni disincantate nei volti. Soprattutto nei dipinti, tempere nella maggior parte dei casi, di grandi dimensioni, e di matrice prevalentemente espressionista almeno nell’uso degli strumenti tecnici, si nota spesso il carattere enigmatico dei soggetti, il senso di sospensione che restituiscono. Reunion, una tempera su tela del ’91, è la rappresentazione di un circo immobile, popolato da supereroi, domatori e saltimbanchi il cui unico tratto distintivo comune è la maschera ieratica e lo sguardo assente, perso verso riflessioni atomizzate, del tutto personali, senza connessioni possibili.
Ma sono forse le piccole composizioni le opere più interessanti, tenerissime scatole di legno che raccolgono oggetti, ritagli e quant’altro sia in grado, ancora una volta, di narrare storie minime, del tutto personali. Lontanissime dalle provocazioni dadaiste, o dalla feroce volontà di colpire delle istallazioni mediatiche contemporanee, sono in realtà prodotti da meditazione, fatti per raccogliere e presentare brani di esistenza attraverso l’oggettività afasica delle cose, in grado di restituire i ritmi lenti del collezionista, il gusto per la tassonomia minuta.
In questo senso emblematico Esta noche estoy sola, per la quale vengono indicati, tra i materiali che compongono l’opera, legno, vetro e molta solitudine. E ancora Domingo en el rio Trebbia che raccoglie i frammenti di una giornata domenicale che si immagina in fondo qualsiasi se non segnata dalla permanenza di un’opera.
L’esperienza pittorica di Julio Paz, come ce la presenta Venti Correnti, sta tutta lì, nella Condicion Humana,che è al tempo stesso il titolo della più ricca raccolta dell’artista argentino composta attorno al 1976, ma anche una buona definizione per l’oggetto d’interesse costante nelle opere dell’ultima produzione esposte dalla galleria. Vale la pena, quindi, chiudere con un altro pezzo dal libro che porta lo stesso titolo, e che aggiunge un brano alla storia biografica dell’autore, il mezzo migliore per comprenderne, più o meno direttamente, il modo di fare arte.
“Avevo più o meno dodici anni (…) quando vidi uno stupendo quadro e sentii parlare per la prima volta di un pittore: si chiamava Carlos Morel. Quell’anno cominciai a dipingere e non mi fermai più. (…)Ciò nonostante non avevo sentito parlare di Bonnard, Cézanne ne di Gauguin; conoscevo invece perfettamente alcuni tanghi come Percal, Ventarron, Tarde gris, Sur, …”.
Fabio Boiardi
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le note del tango, appassionate e drammatiche, chiamano la storia di un popolo e il sentire di un uomo, Paz. La sua esperienza, il suo dipingere, magistralmente restituiti alla lettura di chi sceglie una navigazione specializzata e colta
buon lavoro