Il 2006 è stato l’anno del cinquantesimo anniversario della scomparsa di Galileo Chini (Firenze 1873 – 1956), artista poliedrico che sembrava destinato al limbo della memoria collettiva. Fortunatamente, il Venetian Heritage, fondazione americana no-profit che fa parte del Programma Unesco – Comitati Privati per la Salvaguardia di Venezia, ha finanziato il restauro delle grandi tele dell’artista toscano che facevano parte delle decorazioni dello spazio espositivo della Biennale del 1907 e 1920. L’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Fondazione La Biennale di Venezia (ASAC) ha predisposto inoltre una mostra delle proprie fotografie di Man Ray provenienti dalla VBH Gallery di New York e ha reso disponibile tutto questo materiale per la mostra commemorativa che si è tenuta recentemente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. La Wolfsoniana di Genova, infine, ha messo a disposizione sia i propri spazi espositivi che i documenti relativi al Galileo Chini decoratore e al suo rapporto con la Biennale.
Da qui l’esposizione delle dodici tele, che rappresentano sia la provocazione/percezione Liberty dell’artista nel suo primo slancio creativo, sia la crescita in lui del gusto simbolista, della poetica di Gustav Klimt e del ricordo di La Vecchiaia di William Blake. La figuratività della teoria dei putti danzanti non è solo il chiaro segno dell’adesione all’Art Noveau, ma spinge a ricordi di arte classica: dai fregi dell’Ara Pacis alle pitture murali romane che ispirarono la decorazione rinascimentale “a grottesche”. Se da questi temi si diffonde un singolare senso di pace e armonia, attraverso la disposizione dei corpi nello spazio e l’uso di colori a bassa saturazione, le opere che propongono la glorificazione della guerra e della vittoria restituiscono una grande verve dinamica e drammatica, quasi fossero state concepite per travalicare i limiti del supporto e per trasmettere una sensazione di immortalità.
Chissà che sia anche per questa caratteristica che Giorgio Busetto, direttore dell’ASAC, riconosce come opere più rappresentative dell’esposizione quelle dal titolo Pannelli decorativi, del 1920, in cui una sorta di colonna di fuoco si staglia in primo piano rispetto ad un corona porpora e un cielo al momento del tramonto. L’oblio è finito, la fiamma di Chini torna a scaldare.
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Sogni e visioni tra Simbolismo e Liberty
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www.labiennale.org/it/asac
www.manraytrust.com
www.venetianheritage.org
fausto capurro
mostra visitata il 16 gennaio 2007
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