Alice GUITTARD Le Baiser de la mort, 2026 Marble inlay 61.8 × 45.7 × 3 cm | 243 5/16 × 18 × 1 3/16 inches Courtesy of the artist and Perrotin
Il rapporto tra arte e scacchi è di lunga data, attraversa la storia e, nel Novecento, trova come figura simbolica un personaggio emblematico di entrambe le discipline: Marcel Duchamp. A partire dagli Anni Venti, Duchamp riduce drasticamente la propria produzione artistica per dedicarsi quasi esclusivamente al gioco, partecipando a tornei internazionali e raggiungendo un livello competitivo di rilievo. Può sembrare un legame distante ma per Duchamp tutto si svolgeva in continuità, gli scacchi incarnavano una forma di creazione puramente mentale, svincolata dall’oggetto e fondata su un sistema di regole arbitrarie, non diversamente dai ready made o dalle sue sperimentazioni concettuali.
Dunque, non solo gioco, quanto dispositivo concettuale: con la mostra Un siècle d’échecs, la galleria Perrotin di Parigi dedica un’ampia ricognizione a questo profondo dialogo tra arte e scacchi, ripercorrendo oltre un secolo di intersezioni tra pratica creativa e logica strategica. La mostra parigina si basa su un’idea di R. Jonathan Lambert e, tra i tanti lavori in esposizione, vi è anche un pezzo del grande maestro dadaista: un set tascabile realizzato nel 1944.
A queste opere storiche, la mostra presentata da Perrotin accosta però tutta una serie di lavori più recenti, a dimostrazione di come l’interesse per gli scacchi, da parte degli artisti, continui tutt’ora. Oltre ai lavori di Duchamp, Man Ray, Maria Helena Vieira da Silva e Jean Cocteau, il visitatore può dunque confrontarsi, tra gli altri, con la fotografia di Martin Parr, un grosso bronzo di Gregor Hildebrandt e una scacchiera decorata in madreperla di Stéphanie Saadé.
Ma che cosa, esattamente, attrae così tanti artisti al gioco degli scacchi? Come già accennato, l’interesse degli artisti per gli scacchi attraversa tutta la storia, a partire dalla prima rappresentazione di una partita, una pittura a tempera su legno, risalente al 1143, nella Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni a Palermo. Nel corso del Quattrocento, il gioco degli scacchi compare in numerose opere, associato ora all’intelletto e alla strategia, ora all’ozio aristocratico o alla dimensione allegorica del conflitto.
Nel Novecento si configura una significativo punto di convergenza tra astrazione e simbolismo. Già nelle Avanguardie storiche, la scacchiera viene percepita come una forma paradigmatica della modernità: una griglia modulare che organizza lo spazio secondo una logica razionale e ripetitiva. Artisti come Man Ray, stretto collaboratore di Duchamp, progettano set di scacchi che traducono i principi del surrealismo in forme geometriche essenziali, trasformando i pezzi in elementi scultorei autonomi.
Parallelamente, il gioco assume una forte valenza simbolica. I surrealisti vi riconoscono una struttura ambivalente, sospesa tra razionalità e inconscio, mentre per molti artisti astratti la scacchiera diventa un modello compositivo, una superficie regolata che riflette l’interesse per sistemi e sequenze. Più che rappresentare il mondo, essa ne propone una versione ridotta e formalizzata, un campo di forze in cui ogni elemento acquisisce significato solo in relazione agli altri.
Gli scacchi emergono perciò come una forma paradigmatica del pensiero moderno: un dispositivo che, proprio attraverso la limitazione, rende possibile l’invenzione. Una condizione che rispecchia, in fondo, quella dell’arte stessa.
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