Riconoscere sé stessi nell’altrui considerazione. Ricercare la propria individualità attraverso il confronto con l’altro, da cui far scaturire la forza di rinnovamento che conduce alla completezza e alla consapevolezza dell’ego. E’ al m’ama non m’ama adolescenziale, rito generatore ad un tempo di ansie e rassicurazioni, che Paolo Angelosanto (Saint Denis, 1973; vive a Roma e Napoli) affida le riflessioni sul processo di individuazione, necessità che accompagna l’essere umano per tutta la vita e che trova spesso nell’amore il cammino più naturale. L’amore inteso non come sessualità ma come eterna aspirazione di esistere per gli altri, di essere riconosciuti nei sentimenti, nei pensieri, nelle proprie esigenze. In più di dieci fotografie il simbolo più umile dell’amore, la margherita, è retta da mani piene di aspettative. Per essere spogliata dei suoi petali insieme, sembrerebbe, ai dubbi e alle certezze di chi l’ha colta.
In un video donne e uomini di età e nazionalità differenti intonano la cantilena “m’ama non m’ama” nella propria lingua, rendendo evidente l’universalità del bisogno d’amore. Ma nelle immagini di Angelosanto questa richiesta di attenzioni non ha destinatario, appare come riflessione solitaria, e lo sfondo scuro rende più marcata la sensazione di concentrata ricerca, di analisi del rapporto tra sé e il mondo.
I petali sfogliati e abbandonati a terra diventano il soggetto di un’altra rappresentazione, quella luminosa ed espressiva di una rinascita.
L’esposizione avrebbe dovuto arricchirsi di una performance che per motivi di spazio non ha avuto luogo e che avrebbe aggiunto una componente di interattività col pubblico. Una partecipazione a cui l’artista tiene particolarmente, nella convinzione che l’arte contemporanea debba uscire dal ghetto intellettuale e incontrare in maniera più diretta le persone, ormai persuase di trovare in altre forme espressive gli interlocutori e gli interpreti delle umane riflessioni. Un ruolo di cui l’arte deve riappropriarsi, essendo la forma meno mediata di comunicazione.
A differenza di Plamen Dejanoff (in questi giorni in mostra nel capoluogo ligure) che, finito il connubio artistico e sentimentale con Heger, individua nelle regole della comunicazione di massa, spettacolari e contingenti, la soluzione per ridefinire la propria identità, Paolo Angelosanto propone un percorso più intimo e romantico, utilizzando simboli che raggiungono lo spettatore in maniera inconscia e lo costringono ad uno sguardo all’indietro. Una riflessione su dinamiche vissute come personali, ma indubbiamente universali e senza tempo.
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daniela mangini
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