Maurizio Roman Melis è un apolide che porta dentro di sé radici assai profonde, aggrappate tenacemente a valori arcaici, a tradizioni irrinunciabili. Un mondo archetipo che spunta dalle tinte ocra ottenute legando sabbia, cemento, terre naturali e olio di lino cotto e che si appoggiano su frammenti di yuta usurati. In superficie incisioni di una semplicità primordiale, con un immaginario che pone la coppia quale fulcro attorno o dinnanzi al quale si muovono mondi indefiniti. Indefiniti sono anche i confini per l’artista cileno, che cucendo squarci di cartine geografiche lascia supporre un continuum tra Genova e Amalfi, tra le Dolomiti e le coste a sottolineare un’appartenenza ad un tutt’uno: una patria allargata dove le frontiere cadono di fronte alla necessità di sentirsi semplicemente parte dell’umanità. Anche i confini del tempo vengono superati dal recupero di oggetti altrimenti abbandonati e distrutti.
La sensazione che ogni oggetto porti con sé le emozioni di chi l’ha costruito o utilizzato rendono naturale per Melis la reinvenzione di vecchi attrezzi della cultura contadina in piccole sculture: così il pettine per cardare la lana insieme al fermaglio per trasportare i fardelli si fanno allegoria del rapporto tra uomo e donna.
E’ nella creazione di codici personali, nell’utilizzo di simboli che trascrivono e approfondiscono una ricerca personale, che Melis trova affinità con Gianluca Fazzino (Fazz). Una ricerca che attiene all’anima prima ancora che all’espressione artistica, un’indagine che ha la sua sorgete in un intuito infantile non tradito da Fazz, al contrario coltivato e trasformato in un’espressività adulta ma ancora ricca di curiosità sperimentatrice. Fazz riempe le sue tele d’impasti di colore, cui dà volume attraverso bolle ottenute dalla colla; sotto rimangono i segni che ricordano antichi ideogrammi, ma che in realtà sono una sorta di astratto alfabeto dell’essere. Si chiama Ichinen Sanzen la sua opera più impegnativa, inclusa nell’esposizione pur non appartenendo alla serie Bubbles. Su una tela di 152 cm per 182 l’artista riproduce, attraverso la sua personale simbologia, un fondamento teorico della filosofia buddista, secondo il quale esistono tremila mondi in un singolo pensiero/istante di vita e ogni pensiero/istante di vita permea tremila mondi. Di qui altrettante combinazioni di simboli e colori in un’opera che ha richiesto otto mesi di lavoro, ma il cui risultato è la conferma, di quanto l’unione nella varietà, la convivenza di elementi unici e originali, possa portare ad esiti felici.
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daniela mangini
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