Gli esiti dei due artisti differiscono molto, nella scelta della tecnica e dei materiali utilizzati, ma non meno nei soggetti e nelle riflessioni che muovono la loro produzione.
Eppure Manolis Baboussis (Atene, 1950) e Nakis Panayotidis (Atene, 1947) studiano architettura in Italia negli stessi anni, il primo a Firenze e poi a Roma, dove nel 1977 conclude gli studi presso l’ICR, il secondo a Torino dove, come l’artista ricorda, “gli artisti, tra una discussione e l’altra, costruivano il futuro di un altro modo di pensare l’arte”.
Manolis Baboussis, con il suo progetto Possessioni, per la prima volta regala all’Italia un’ampia visione di alcuni dei cicli fondamentali del suo lavoro.
Artista che tardivamente è stato riconosciuto tra i migliori fotografi internazionali, viene descritto dal critico Denys Zacharopoulos, nel catalogo della mostra, come “il primo artista greco che si dedica in modo sistematico e consapevole alla fotografia considerata come pratica artistica”.
Partendo dalla riflessione sull’architettura, la dimensione dello spazio rappresenta, fin dall’inizio, lo scopo e il soggetto del suo lavoro. Spazio inteso non solo da un punto di vista urbanistico o strutturale, ma nell’accezione più concettuale, come fondamento di ogni altro sistema, e soprattutto come parte basilare del vivere umano.
Il titolo della mostra –Possessioni– rimanda, come lo stesso artista dichiara, al possesso di luoghi, di persone, di oggetti dato dallo scatto fotografico, che è connotato però dalla mancanza di potere effettivo, un potere che l’artista chiama “silenzioso”.
E il silenzio sembra essere il filo conduttore che lega tutte le sue opere, dalle desolanti e accusatorie fotografie dell’ospedale psichiatrico di Volterra, dei primi anni Settanta, alle recenti aule di tribunali, deserte e gravi, dove l’architettura riflette il disagio dell’esistenza umana.
Il dramma dell’uomo, è analizzato da Nakis Panayotidis attraverso la serie di lavori ispirati al mito di Prometeo e alla sua lotta contro il fuoco divino, che diventa metafora, sempre attuale, della costante lotta verso la libertà e l’indipendenza, come l’artista dichiara durante una conversazione con il direttore del CAMeC Bruno Corà : “Ai nostri giorni un atto analogo a quello di Prometeo consisterebbe nel sottrarre alla Novartis i farmaci contro l’Aids per poi offrirli ai sofferenti africani”.
Il classicismo ellenico viene richiamato anche nella scelta formale delle opere attraverso l’unione del bronzo e del neon, descritti dall’artista come “forza e poesia contemporanea”.
Le mani bronzee stringono il fuoco nel due gesti contrapposti di sottrazione e dono, a cui Panayotidis aggiunge la parola, riproponendo il pensiero dei filosofi più amati, come Epicuro. Il linguaggio architettonico, base della sua formazione artistica, emerge come presenza costante nel suo lavoro, soprattutto nelle sue foto-installazioni, secondo ciclo di lavori compresi nel suo progetto Nude, dove l’utilizzo del neon è teso ad evidenziare i caratteri strutturali ma anche l’inesorabile passaggio del tempo e della storia, in una contrapposizione di moderno e antico, di passato e presente.
martina starnini
mostra visitata il 28 novembre 2006
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