Categorie: Giro del mondo

La Gioconda nuda |

di - 2 Ottobre 2017
Sarà di Leonado da Vinci o no? Da un paio di giorni i giornali di mezzo mondo riportano il caso: la “Monna Vanna”, detta anche “Gioconda nuda”, conservata dal 1862 al Condé Museum – castello di Chantilly, a nord di Parigi – è stato mandato nei laboratori del Centre de Recherche et de Restauration des Musées de France, al Louvre.
Sul disegno, realizzato su un doppio foglio incollato di dimensioni 72×54 centimetri, gli studiosi cercheranno conferme alla domanda che ogni spettatore, davanti al dipinto, si è posto: è davvero un’opera di Leonardo? A dare la notizia in esclusiva è stato il quotidiano Le Figaro, spiegando che la partenza per il Louvre del carboncino risale a circa un mese fa.
La Monna Vanna, secondo il team, potrebbe essere uscita dalla bottega dell’artista “universale”, e le indagini al Carbonio 14 datano lo schizzo in un periodo compreso tra il 1485 e 1638…quindi prima o dopo la realizzazione della famosa tavola conservata al Louvre che si fa risalire al 1503, anche se pare che Leonardo lavorò al dipinto tutta la vita. Strane coincidenze temporali, comunque, che non sono sfuggite al New York Times: il 2019 segnerà il 500esimo anno dalla morte dell’artista (che già cento anni fa, nel 1919, fu omaggiato da Duchamp con L.H.O.O.Q., ovvero “La Gioconda con i baffi” in occasione dei mille e più “festeggiamenti” che all’epoca si fecero sulla figura del pittore) e dunque ci si prepara a un’invasione di iniziative e, perché no, riscoperte.
Il disegno appartiene alla collezione donata nel 1897 da Enrico d’Orléans, duca d’Aumale, e fino ad oggi non aveva mai lasciato il Musée Condé, attribuito alla bottega e niente più.
Mathieu Deldique, curatore al Condé, ha detto che attualmente non si è sicuri di nulla; il disegno potrebbe essere stato realizzato da qualche allievo e sistemato dal Maestro, o forse il contrario.
Più cauto, al Louvre, il Conservatore Bruno Mottin, che ha chiesto di “andar piano” con le attribuzioni, nonostante le somiglianze fisiche, nelle mani per esempio. Anche perché sul mistero che avvolge le due opere, e su questo siamo sicuri, non v’è invece alcun dubbio.

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