Categorie: Il fatto

Il valore di sparare al simbolo

di - 27 Giugno 2015
Eppure prima o poi dovremo farci i conti. Francia, Kuwait e Tunisia sotto i colpi, e in quest’ultimo angolo di mare, la spiaggia di Sousse, le vittime sono quasi 40. Fucilate dai cecchini che hanno sparato ai bagnanti. Poi ci sono stati i soldati del Burundi uccisi in Somalia, e sono più di 50, e pochi giorni fa i bambini rapiti dall’IS a Mosul, per essere addestrati. E sono stati più di mille, in questo caso. Con i media che, nemmeno 24 ore dopo, avevano dimenticato la notizia. È terrorismo, è terrorismo, si grida da ogni parte. Ma prima di tutto quello che arriva, oltre la notizia, sono le immagini crude e quasi paradossali di una specie di vendetta, arrivata come potevano arrivare i pirati nei film di animazione.
Qui è tutto vero, ma quello che ancora non si comprende è la portata di simili azioni: si mostra invece come il momento dell’attacco riguardi – in questo caso e nel caso della moschea in Kuwait – il “personale”: le vacanze, la preghiera, l’altro nella sua intimità. Insieme ai cadaveri coperti sono sfilate in queste ore immagini di uomini di mezza età a torso nudo, donne in costume e cellulite, sculture di Duane Hanson in versione contemporanea, impaurite da un fenomeno di cui non si conosce materialmente la portata.
Solidarietà politica da ogni parte, come in copione che si ripete. Quasi un’abitudine. E la domanda agghiacciante è se, anche la società moderna, dovrà iniziare ad abituarsi a queste “prese di posizione” che riguardano sempre di più i “diritti inalienabili” del mondo occidentale: visitare un museo, le piramidi, o prendere la tintarella. Che i turisti siano da tempo obiettivo sensibile l’avevamo inteso, forse proprio per il loro essere inermi, stranieri, facilmente attaccabili anche laddove sembrerebbero protetti, minando un vero e proprio rituale contemporaneo e precludendo una fetta di mondo al viaggio. L’unico possibile insieme agli spostamenti di lavoro, mentre sono “out” quelli dei migranti, quelli per “cambiare vita”, quelli della speranza. Il Presidente tunisino Beji Caid Essebsi, ha dichiarato: «Nello stesso giorno e nella stessa ora, sia la Francia che il Kuwait sono stati bersaglio di un attentato simile: è la prova che occorre una strategia globale e che tutti i Paesi democratici devono unire le loro forze». Contro chi? Quando? Dove? In che momento? Con quali previsioni rispetto a quelle che paiono cellule isolate venute dal nulla armate di kalashnikov? Con che strategia? Il potere di simili attacchi sembra racchiuso nella loro estemporaneità: schegge impazzite di un mondo (s)confinato e dentro i cui orizzonti nessuno può, e vuole, giustamente sottostare. Combattere il terrore senza la paura: sembra un paradosso, e invece forse potrebbe essere una delle chiavi. (MB)

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