Categorie: Il fatto

L’Italia che non sa raccontare il presente

di - 6 Marzo 2015
Quando ieri in tarda mattinata una giornalista, al termine della conferenza stampa di “All the world’s futures”, ha chiesto al direttore Enwezor perché alla Biennale 2015 vi siano solo quattro artisti italiani (anzi due, visto che due sono defunti) su 136 partecipanti, il sangue ci si è gelato nelle vene. Perché in fondo la risposta la conoscevamo già, almeno in parte, ma è stato piuttosto doloroso sentirla uscire dalla bocca di uno dei più grandi e autorevoli critici-curatori del mondo. Enwezor ha dichiarato che non è una questione di italianità o meno, piuttosto di “tensione”: la sua sarà una kermesse che vuole raccontare tramite la lucidità dell’arte questo “incredibile tempo”.
Senza troppi sottintesi il messaggio è stato: non ci sono italiani in grado di raccontare il presente politico, sociale, mutevole, eccitante, disturbato e forse anche distopico che viviamo.
Vuoi perché all’estero gli artisti del Belpaese contano come un due di picche, vuoi perché promuoviamo solo le avanguardie storiche che vanno fortissimo nelle Italian Sale delle grandi case d’asta, vuoi perché oltre confine – e sotto il profilo che intende Enwezor – ci sono soltanto l’istrionico Pascali, un unicum nel panorama mondiale, e il ferreo Fabio Mauri, oggi più che mai sotto la splendente luce della ribalta dopo Documenta 13 e ora anche in mostra da Hauser & Wirth a New York, ultimo dei “grandi vecchi” che gli Stati Uniti attingono dal nostro patrimonio.
E vuoi che, forse, Enwezor non si è preso la briga di fare studio visit nel Belpaese. Ma ad oggi questo non è confermabile.
Le altre due presenze a Venezia, Rosa Barba e Monica Bonvicini, più che italiane sono tedesche: inutile annoverarle nel tricolore. Con questo gesto, e con questa perentoria risposta, Enwezor condanna al rango di “deboli” dozzine di artisti che poi, sul mercato, vanno fortissimo. Ma la Biennale, per fortuna, solo mercato non è, e questa di Enwezor si prevede fortissima sia per il tema sia per la quantità di opere prodotte appositamente: una manifestazione viva, rizomatica, come l’Italia non è.
La penisola, che dir si voglia, è il ritratto di un luogo chiuso in compartimenti stagni, avvitato sulla burocrazia, politicamente fratturato e litigioso, fermo su questioni cruciali come i diritti civili, su tematiche riguardanti riforme scolastiche, del lavoro, perso tra mille campanilismi, in balia di tangentopoli di nuova generazione, inchiodato al palo su infrastrutture mai realizzate o inutili, perso nell’idea che sia rimasto solo il cibo come prodotto da promuovere, con fiscalità allucinanti che portano con sé un’allucinante evasione di capitali. Forse abbiamo interpretato male proprio quel Capitale marxista che Enwezor promette di far rileggere per sette mesi. Ma, scherzi a parte, non è solo colpa dei nostri bravi artisti (e ce ne sono davvero parecchi) che i vertici della Biennale 2015 ci hanno snobbato.
Siamo uno dei Paesi dove i “tempi incredibili” si vivono quotidianamente sulla pelle, da nord a sud, con problemi che vanno da quello dell’immigrazione all’occupazione, ma non lo riusciamo a raccontare. Troppo immersi nel presente da non vederlo col distacco necessario all’arte? O forse, ancora una volta, perché l’arte da noi più che un momento di frattura, di scontro o di incontro, è un genere di conforto o, peggio, ricreativo?
Enwezor ripesca, a suo modo e con l’aiuto della storia recente, il concetto anche romantico del potere dell’arte di cambiare il mondo. Noi, visti dall’esterno, probabilmente siamo più interessati a mantenerlo tale e quale il nostro piccolo mondo, antico e tradizionalista. D’altronde siamo “Un popolo di poeti di artisti di eroi/ di santi di pensatori di scienziati/ di navigatori di trasmigratori”. Ma non di rivoluzionari, finiti sempre o quasi cotti alla brace. (MB)

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